Siria. Intelligence: al-Salama e la questione curda tra Parigi, Washington e l’ombra del ritiro Usa

di Giuseppe Gagliano

Nel caos della Siria post-al-Assad, un nuovo protagonista si muove tra le ombre della diplomazia e dell’intelligence: Hussein al-Salama, il capo dello spionaggio siriano, figura enigmatica che ha preso le redini di un sistema di sicurezza in frantumi dopo la caduta del regime nel dicembre 2024. La sua missione? Affrontare la spinosa questione curda, un nodo gordiano che intreccia interessi geopolitici, rivalità regionali e il destino di un popolo che, ancora una volta, rischia di essere sacrificato sull’altare delle grandi potenze. Con un viaggio a Parigi a maggio 2025 e successivi colloqui con Washington, al-Salama cerca di tessere una tela diplomatica per gestire le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG). Ma i progressi sono scarsi, e l’ipotesi di un ritiro delle forze speciali statunitensi dalla Siria nord-orientale getta un’ombra lunga su un equilibrio già precario.
La Siria, devastata da oltre un decennio di guerra civile, è un mosaico di fazioni, interessi stranieri e sogni infranti. La caduta di Bashar al-Assad, culminata con l’offensiva dei ribelli guidati da Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e l’Esercito Nazionale Siriano (SNA) sostenuto dalla Turchia, ha lasciato un vuoto di potere che il governo provvisorio siriano fatica a colmare. In questo contesto, le regioni nord-orientali controllate dall’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (Rojava), dominata dai curdi delle YPG, rappresentano un’anomalia: un esperimento di autogoverno che, pur avendo sconfitto l’ISIS con il sostegno degli Stati Uniti, è visto come una minaccia esistenziale dalla Turchia e con sospetto dal nuovo regime di Damasco. Al-Salama, figura di spicco dell’intelligence siriana, si trova a navigare in queste acque turbolente, cercando di bilanciare le pressioni interne con le aspettative di potenze straniere come Francia e Stati Uniti, mentre il terreno sotto i suoi piedi trema per la possibile partenza delle forze speciali USA.
Il viaggio di al-Salama a Parigi a maggio non è stato un semplice atto diplomatico. La Francia, che sotto Macron ha cercato di ritagliarsi un ruolo di primo piano in Medio Oriente, ha un interesse strategico nel mantenere una presenza nella Siria nord-orientale, dove circa 200 militari francesi operano accanto alle forze speciali americane a sostegno delle SDF. I colloqui parigini si sono concentrati sul futuro delle YPG, che Ankara considera un’estensione del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, etichettato come organizzazione terroristica da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea. Per la Francia, le YPG non sono solo un alleato contro l’ISIS, ma anche un contrappeso alla crescente influenza turca e russa nella regione. Eppure, le discussioni non hanno prodotto risultati concreti, intrappolate tra le ambizioni di Parigi di mantenere un piede in Siria e le reticenze di un governo siriano provvisorio che vede nei curdi una sfida alla sua autorità.
I colloqui con Washington, altrettanto cruciali, si sono svolti in un clima di incertezza. Gli Stati Uniti, con circa 900 forze speciali ancora dispiegate nel nord-est siriano, hanno appoggiato le YPG sin dalla battaglia di Kobane nel 2014, quando i bombardamenti della coalizione a guida USA salvarono i curdi dall’assedio dell’ISIS. Ma l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, con la sua promessa di disimpegnarsi dalle “guerre infinite”, ha riacceso il timore di un ritiro americano, come già accaduto nel 2019 con l’operazione turca “Sorgente di Pace”. Quel ritiro, deciso dopo una telefonata tra Trump ed Erdoğan, lasciò i curdi vulnerabili all’offensiva turca, che conquistò città come Tal Abyad e Ras al-Ayn, costringendo le SDF a un accordo con Damasco per la protezione di Kobane e Manbij. Oggi, con la prospettiva di un nuovo disimpegno USA, al-Salama cerca di capire quanto Washington sia disposta a mantenere il suo impegno, e a quale prezzo. Ma le risposte sono vaghe, e il tempo stringe.
La questione curda, però, non è solo un problema di alleanze internazionali. Per il governo provvisorio siriano, le YPG rappresentano una minaccia interna: un’entità autonoma che controlla risorse strategiche, come i giacimenti petroliferi di Deir el-Zor, e che gode di un’organizzazione militare e politica che Damasco non può ignorare. Le SDF, pur dominate dai curdi, includono anche milizie arabe e cristiane, e il loro modello di confederalismo democratico, ispirato alle idee di Abdullah Öcalan, è un’eresia per chi sogna una Siria centralizzata. Al-Salama, con il suo passato nell’ intelligence del regime di Assad, sa che la repressione diretta non è un’opzione praticabile: i curdi hanno dimostrato di essere un avversario formidabile, e un conflitto aperto rischierebbe di destabilizzare ulteriormente il paese. Da qui, il tentativo di negoziare, non solo con Parigi e Washington, ma anche con le SDF stesse, per trovare una via che integri Rojava in una Siria unita senza concedere piena autonomia.
Nel frattempo la Turchia osserva con il fiato sul collo. Ankara non fa mistero del suo obiettivo: eliminare la presenza delle YPG lungo il confine, creando una “zona cuscinetto” profonda 30 chilometri. L’offensiva del 2019 e gli accordi di Sochi con la Russia, che hanno costretto le YPG a ritirarsi da alcune aree, sono un monito di ciò che potrebbe accadere se gli Stati Uniti abbandonassero il campo. Le tensioni tra Turchia e USA, già emerse quando soldati americani furono fotografati con le mostrine delle YPG nel 2016, restano un punto di frizione. Per al-Salama, gestire la Turchia è una partita a scacchi: cedere troppo alle richieste di Ankara rischia di alienare i curdi, ma ignorarle potrebbe spingere Erdoğan a un’azione militare che complicherebbe ulteriormente la stabilizzazione della Siria.
In questo intricato gioco di spie, alleanze e tradimenti, Hussein al-Salama si muove come un funambolo. La sua missione è tanto chiara quanto impossibile: preservare l’unità della Siria senza scatenare un nuovo conflitto con i curdi, placare le ambizioni turche senza cedere sovranità, e mantenere il dialogo con Francia e Stati Uniti mentre il terreno geopolitico si sgretola. Ma in un paese dove ogni fazione ha il proprio protettore straniero, la Russia con Damasco, la Turchia con i ribelli, gli USA con i curdi, il rischio è che le trattative di al-Salama si trasformino in un esercizio futile. E mentre un curdo sventola la bandiera delle YPG vicino all’aeroporto di Qamishli, l’8 dicembre 2024, il futuro della Siria rimane sospeso tra il sogno di una pace negoziata e l’incubo di una nuova guerra.