di Giuseppe Gagliano –
La revoca definitiva delle sanzioni statunitensi contro la Siria non è soltanto una notizia economica: è un cambio di fase. Il Congresso, inserendo l’abrogazione del Caesar Act dentro il grande pacchetto annuale di spesa per la difesa, dice due cose insieme. Primo: l’obiettivo originario di strangolare economicamente l’apparato di Bashar al-Assad non ha più senso dopo la caduta del regime. Secondo: la ricostruzione siriana, da oggi, torna a essere un terreno di competizione geopolitica dove il capitale privato, le banche e i grandi appalti diventano strumenti di influenza, non semplici meccanismi di mercato.
La misura, approvata con un voto ampio e trasversale al Senato, verrà verosimilmente firmata dal presidente. È il passaggio che mancava per trasformare una sospensione temporanea in un segnale stabile agli investitori: la Siria non è più un paese “radioattivo” dal punto di vista legale per chi fa affari con dollari, banche occidentali e assicurazioni internazionali.
Il Caesar Act aveva un effetto concreto: tagliare la Siria fuori dal sistema bancario e scoraggiare qualunque impresa, anche non americana, dal muoversi per timore di sanzioni secondarie e contenziosi negli Stati Uniti. Trump aveva già sospeso due volte l’applicazione delle misure, ma il punto è proprio questo: la sospensione non basta, perché un’azienda non investe miliardi su un quadro giuridico che potrebbe cambiare domani.
La Banca Mondiale stima che la ricostruzione di case e infrastrutture richiederà 216 miliardi di dollari. Sono cifre che non le copri con progetti umanitari “a scala piccola” o con qualche programma di emergenza. Servono grandi flussi di capitale, credito, assicurazioni, supply chain e soprattutto lavoro. Il messaggio della revoca è: adesso si può tornare a fare impresa, aprire cantieri, creare occupazione. Ma c’è un rovescio: chi mette i soldi, pretende garanzie politiche. E quindi la ricostruzione diventa un contratto implicito tra potere e investitori.
La spinta per la fine permanente delle sanzioni non nasce nel vuoto. Il nuovo governo siriano, guidato dall’attuale presidente ad interim Ahmad al-Sharaa, è sostenuto politicamente da Turchia e Arabia Saudita, che hanno chiesto a Washington di rimuovere l’ostacolo principale al rientro degli investimenti. Qui c’è una logica chiara: se la Siria si ricostruisce con capitali e cantieri legati ad Ankara e Riyadh, l’asse regionale si sposta e l’influenza di Teheran e delle sue reti si riduce, almeno in teoria.
In altre parole, gli Stati Uniti non stanno “regalando” niente: stanno scegliendo un modo diverso di pesare sulla Siria. Prima la leva era il divieto e la punizione. Ora diventa l’apertura condizionata e la selezione dei canali attraverso cui passa il denaro. È una politica di riallineamento: non ti tengo fuori dal sistema, ti faccio rientrare, ma dentro una cornice che favorisce alcuni attori e ne penalizza altri.
C’è anche una lettura di sicurezza dura e semplice: la Siria devastata, senza lavoro e senza prospettive, è terreno perfetto per radicalizzazioni, milizie, traffici e ritorni di fiamma dell’estremismo. Il Caesar Act era nato anche nel contesto in cui la guerra civile aveva alimentato flussi di profughi e, indirettamente, l’ascesa dello Stato Islamico. Se davvero Washington ritiene che la nuova fase debba ridurre quel rischio, allora la ricostruzione non è solo una questione umanitaria: è un investimento preventivo di sicurezza.
Ma attenzione: “stabilità” non significa automaticamente “pace”. Significa spesso congelamento di tensioni, controllo del territorio e gestione dei conflitti locali. E su questo la Siria resta un laboratorio difficile, con fratture settarie non rimarginate e un potere centrale che deve ancora dimostrare di saper essere Stato.
L’UNHCR vede nella revoca un possibile incentivo al rientro dei rifugiati. I numeri citati raccontano un movimento già in corso: centinaia di migliaia rientrati dal Libano e, complessivamente, oltre un milione di rifugiati e quasi due milioni di sfollati interni tornati nelle loro aree dalla caduta di Assad. Ma il rientro è spesso un ritorno nel vuoto: case distrutte, lavoro assente, servizi collassati.
In parallelo, esiste l’altra Siria: quella che fugge. Minoranza alawita e comunità sciite temono vendette e violenze. Gli episodi di aggressioni settarie, fino a massacri con numeri impressionanti sulla costa, e le nuove tensioni a Homs mostrano che la transizione politica non ha chiuso la guerra sociale. E qui sta il rischio più serio per qualsiasi ricostruzione: se non c’è sicurezza quotidiana, non ci sono investimenti; se non ci sono investimenti, non c’è lavoro; se non c’è lavoro, la sicurezza peggiora. È un circolo vizioso che la revoca delle sanzioni può interrompere, ma non automaticamente.
La fine del Caesar Act è un segnale al mercato, ma anche un segnale al potere siriano: la legittimità internazionale, oggi, passa dal cantiere. La ricostruzione diventa il nuovo campo di battaglia, meno visibile di quello militare ma non meno decisivo. Chi controlla banche, appalti, energia, infrastrutture e porti, controlla la Siria che verrà.
Washington ha scelto di entrare in questa partita non con i bombardieri, ma con le regole del credito e del rischio legale. È una scommessa: se funziona, riduce instabilità e influenza dei rivali. Se fallisce, consegna alla Siria l’ennesima transizione incompiuta, con investimenti selettivi, tensioni settarie e una ricostruzione che rischia di diventare, ancora una volta, un affare per pochi e una promessa tradita per molti.












