Siria. La “nuova democrazia” che brucia

di Giuseppe Gagliano –

Dal fallimento afghano alle bugie sulle armi di Saddam, fino al disastro libico, l’occidente ha ripetuto lo stesso copione: abbattere un regime autoritario promettendo una rinascita democratica e consegnare invece caos, sangue e vuoto di potere. La Siria rappresenta l’ennesimo tassello di questa catena di errori. A Damasco non bastava osservare con lucidità: il regime di Bashar al-Assad era una diga brutale ma necessaria in un Paese diviso da etnie e confessioni. La sua caduta ha scoperchiato una realtà frammentata, alimentata da capitali del Golfo, benedizioni americane ed europee, e infiltrazioni jihadiste che hanno dirottato le proteste iniziali.
Nove mesi dopo la cacciata del presidente, la Siria non è una democrazia rinata ma un mosaico di guerre intestine. Gli ex qaedisti di Hayat Tahrir al-Sham, guidati da Mohammed al-Sharaa, hanno insanguinato Tartus e Latakia con oltre 1.400 vittime alawite, quasi tutti civili. Case confiscate, marchi sulle abitazioni come negli anni bui del nazismo, incendi devastanti nei boschi di Latakia: una vera epurazione etnico-religiosa.
A sud i drusi combattono i beduini sunniti con l’appoggio di Israele, mentre le milizie jihadiste sostengono i beduini. Il risultato è duplice: escalation di violenza e nuova espansione israeliana in territorio siriano. Al nord-est i curdi restano sotto minaccia costante di Ankara, mentre il governo provvisorio di Damasco ha interrotto i colloqui di Parigi dopo che i movimenti curdi hanno avanzato la richiesta di uno Stato federale.
I cristiani, già colpiti da attentati come quello alla chiesa di Mar Elias (25 morti), blindano i luoghi di culto con grate e guardiani, segno di una paura che non si vedeva nemmeno nei momenti più bui della guerra civile. Un sondaggio ISPI conferma: nessuna minoranza si fida del “nuovo corso”, che raccoglie consenso quasi esclusivamente tra i sunniti.
La Siria post-al-Assad si è trasformata in un laboratorio di instabilità. Le milizie jihadiste, sostenute in passato da finanziamenti esteri, oggi agiscono come potenze territoriali autonome, controllando confini, traffici e rotte commerciali. Israele utilizza l’instabilità come leva strategica per consolidare la propria sicurezza, spingendosi oltre i vecchi confini. La Turchia, sponsor di Hayat Tahrir al-Sham, sfrutta il caos per contenere i curdi e rafforzare la propria influenza regionale. Sul terreno, la Siria è diventata campo di addestramento per conflitti ibridi, con armi leggere, propaganda e droni a basso costo capaci di alterare gli equilibri locali.
Il collasso siriano produce un duplice effetto. Da un lato, devastazione delle risorse: incendi nelle foreste di Latakia, paralisi dell’agricoltura, interruzione delle rotte commerciali interne. Dall’altro, opportunità di predazione: il contrabbando di armi, la gestione delle risorse idriche e il controllo delle vie energetiche diventano monete di scambio per le milizie e per gli attori esterni. La Russia, indebolita dal conflitto ucraino, non può più garantire protezione economica e militare. L’Iran resta isolato. Così Turchia e Israele, insieme alle monarchie del Golfo, si spartiscono zone di influenza e traffici, mentre l’Europa e gli Stati Uniti guardano altrove, incapaci di gestire le conseguenze.
La Siria è oggi il paradigma del “dopo regime” occidentale: un territorio ridotto a somma di enclave settarie, utile solo a consolidare la presenza degli attori regionali più aggressivi. La sua destabilizzazione diventa strumento nelle mani di Turchia, Israele e petromonarchie, che rafforzano così i propri dossier negoziali con Washington e Bruxelles. Ma la partita ha anche un risvolto globale: la disillusione generata dalle guerre fallimentari apre spazi ai poli alternativi, da Mosca a Pechino a New Delhi, che si presentano come difensori di un ordine multipolare contro l’interventismo occidentale.
Quando vediamo Putin, Xi e Modi abbracciarsi, dobbiamo chiederci se non sia proprio il disastro siriano a rendere credibile il loro discorso: l’Occidente, nel cuore del Medio Oriente, ha lasciato solo macerie.