di Shorsh Surme –
Come dovremmo interpretare il recente accordo tra il movimento curdo siriano e il nuovo regime di Damasco? Segna davvero la fine di un decennio di autogoverno curdo nella Siria nord-orientale, oppure rappresenta soltanto l’ennesima intesa temporanea, destinata ad aggiungersi alla lunga lista di accordi mediorientali annunciati come definitivi, ma presto naufragati?
Per rispondere a questa domanda è necessario valutare sia la natura dell’intesa sia le circostanze che ne hanno determinato la conclusione.
Il primo elemento da sottolineare è che l’accordo annunciato venerdì scorso costituisce un compromesso che favorisce in modo significativo il regime di Damasco. È un compromesso perché è stato raggiunto tra due attori che non hanno perso la capacità di continuare il conflitto. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), oggi composte in larga parte dalla loro componente curda, mantengono infatti un peso militare rilevante nell’attuale equilibrio di potere. Dispongono ancora di decine di migliaia di combattenti esperti, uomini e donne, animati da una causa nazionalista forgiata da oltre un secolo di divisioni e oppressione. La loro struttura politica, inoltre, è radicata in una corrente ideologica che ha saputo adattarsi ai mutamenti storici senza perdere coesione.
Al contrario, le forze del nuovo regime siriano non sono molto più numerose di quelle curde e soffrono di una scarsa unità interna. Si tratta di una coalizione eterogenea composta da Hayat Tahrir al-Sham, da altri gruppi jihadisti, alcuni dei quali non siriani, e da milizie direttamente fedeli ad Ankara, in particolare unità del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano.
In questo contesto, l’equilibrio di potere permetterebbe ai curdi di resistere a lungo, purché ricevessero un sostegno esterno capace di impedirne l’isolamento. Tuttavia, entrambe le parti che avrebbero potuto svolgere questo ruolo hanno progressivamente abbandonato il movimento curdo siriano.
Da un lato gli Stati Uniti, che sotto l’attuale amministrazione di Donald Trump sono passati dall’affidarsi alle SDF nella lotta contro l’ISIS ad appoggiarsi alla Turchia e al nuovo regime siriano sostenuto da Ankara. Dall’altro il Governo Regionale del Kurdistan iracheno, guidato dalla famiglia Famiglia Barzani, storicamente alleata della Turchia.
Le forze del nuovo regime di Damasco, al contrario, godono di un sostegno pieno e costante da parte di Ankara nel confronto con il movimento curdo. Di fronte a questa situazione, le SDF si sono trovate davanti a due opzioni entrambe difficili, arrendersi oppure combattere per preservare la propria dignità, rischiando però una guerra suicida, simile a quelle battaglie eroiche ma inutili che la storia ha più volte registrato.
Per questo hanno scelto un compromesso che permettesse loro di guadagnare tempo, nella speranza che le circostanze potessero mutare sia a livello regionale, data la fragilità dell’area, sia a livello internazionale, considerando l’imprevedibilità di Trump, esposto alle pressioni contrapposte di Benjamin Netanyahu ed Recep Tayyip Erdoğan.
Anche il regime di Damasco ha preferito un compromesso a una guerra sanguinosa nel nord, che avrebbe potuto indebolire i suoi sforzi di riconquista del territorio siriano o accrescere la dipendenza da Ankara, danneggiandone l’immagine e limitandone le ambizioni. L’accordo ha portato Damasco a rinunciare alla richiesta di uno scioglimento immediato dell’autogoverno curdo e delle sue forze armate, così come al dispiegamento di un contingente significativo del nuovo esercito siriano nelle aree controllate dalle SDF. L’intesa prevede invece l’avvio di passi graduali, interpretabili, verso l’integrazione di queste zone nel quadro militare, amministrativo e giuridico del nuovo Stato siriano.
È evidente, dunque, che il compromesso attuale non pone fine al conflitto, ma lo introduce in una nuova fase politica che segue quella militare. In questa fase, la lotta politica diventa la continuazione della guerra con altri mezzi, così come la guerra è spesso la continuazione della politica con mezzi diversi. La parte curda cercherà di preservare la propria autoamministrazione de facto, esercitata per un decennio come forma di autodeterminazione, anche qualora venisse formalmente integrata nel sistema statale siriano. Nel frattempo, Ankara continuerà a esercitare pressioni costanti su Damasco affinché spinga i curdi verso una resa totale.
Resta quindi da capire se Washington sarà in grado di contenere entrambe le parti, curdi e turchi, mantenendo la situazione entro i limiti di un compromesso che ciascuno finge di accettare. È una scommessa estremamente ardua e non è improbabile che la fragilità dell’accordo emerga presto, riportando il linguaggio, e forse la pratica, della guerra a prevalere su quello del consenso.
In tal caso, questo accordo potrebbe essere seguito da altre intese temporanee, secondo uno schema purtroppo ben noto nella storia recente della regione.












