Siria. Nasce il Parlamento di transizione ma senza i curdi delle SDF

di Giuseppe Gagliano –

La Siria ha completato la formazione del Parlamento di transizione, che si riunirà per la prima volta il 7 luglio, ma l’assenza di rappresentanti delle Forze Democratiche Siriane (SDF) evidenzia fin dall’inizio i limiti del nuovo processo politico. Il presidente Ahmed al-Sharaa ha nominato i 70 membri di sua competenza, completando un’assemblea di 210 seggi destinata a guidare la fase di transizione dopo oltre un decennio di guerra civile.
Pur includendo 21 donne, esponenti delle comunità cristiane, armene, druse, alawite e alcune personalità curde non legate alle SDF, il nuovo Parlamento esclude la principale forza politico-militare curda del Paese. Una scelta che appare funzionale a presentare un’immagine più inclusiva all’estero senza riconoscere un ruolo politico autonomo ai curdi organizzati.
L’assemblea è stata costituita attraverso un sistema elettorale indiretto, giustificato dall’impossibilità di organizzare consultazioni popolari in un Paese ancora segnato dalla guerra. Tuttavia, secondo i critici, il meccanismo ha favorito il controllo del presidente e dei suoi alleati sull’intero processo di transizione. Il Parlamento avrà ora 30 mesi per elaborare una nuova legge elettorale, un periodo che consentirà al nuovo potere di consolidare le proprie istituzioni.
L’esclusione delle SDF riflette anche il mutato equilibrio militare. Dopo il ritiro degli Stati Uniti dal Nord-Est siriano e la perdita di gran parte dei territori controllati, le forze curde hanno accettato un’integrazione nell’esercito nazionale. La nomina del comandante Sipan Hemo a viceministro della Difesa rappresenta un’apertura sul piano militare, ma non si traduce in un riconoscimento politico della leadership curda. Damasco punta così a riassorbire le strutture armate evitando la nascita di un’autonomia politica nel Nord-Est.
Resta però il rischio che una parte della popolazione curda percepisca questo processo come una resa imposta, alimentando nuove tensioni in un’area ancora fragile.
Sul piano economico, la Siria continua ad aver bisogno di ingenti investimenti per la ricostruzione, ma la stabilità istituzionale resta una condizione indispensabile per attrarre capitali stranieri. La presenza di donne e rappresentanti delle minoranze mira anche a rassicurare i partner occidentali, senza però dissipare i dubbi sulla tutela dei diritti, sulla sicurezza interna e sulla capacità dello Stato di controllare tutte le proprie forze.
La formazione del nuovo Parlamento si inserisce inoltre nella più ampia competizione geopolitica per il futuro della Siria, contesa tra Turchia, Stati Uniti, Paesi del Golfo, Israele, Russia, Iran e potenze europee. L’esclusione delle SDF rappresenta anche un segnale ad Ankara, da sempre contraria a qualsiasi forma di autonomia curda lungo il proprio confine.
Il nuovo Parlamento segna quindi un passo nella ricostruzione delle istituzioni siriane, ma nasce con una rappresentanza incompleta. La mancata inclusione della principale forza politica curda lascia aperta una delle questioni più delicate della Siria del dopoguerra e rischia di condizionare la stabilità del Paese nei prossimi anni.