Siria. Nuova escalation nel nord: Damasco avanza verso l’Eufrate. Gli inutili avvertimenti di Washington

di Angelo Gambella

Il conflitto siriano torna a salire di intensità nel nord del Paese, dove l’avanzata delle forze governative nelle aree controllate dalle Forze Democratiche Siriane (Sdf) curdo-arabe sta ridefinendo gli equilibri militari lungo l’Eufrate e provocando una reazione diretta degli Stati Uniti.
Nelle ultime ore le truppe fedeli a Damasco hanno conquistato due obiettivi strategici di primo piano nel governatorato di Deir Ezzor, a est del fiume: i grandi pozzi petroliferi di al-Omar e Koneko. Per anni queste infrastrutture, fondamentali per l’economia dell’area, erano state nel mirino dell’esercito siriano e delle milizie pro-Assad. La loro caduta è avvenuta a seguito del collasso delle difese delle Sdf, segnando un duro colpo per l’amministrazione curdo-araba.
Parallelamente, a ovest dell’Eufrate, le forze governative hanno preso il controllo di Tabqa, assicurandosi l’aeroporto militare e la diga sull’Eufrate, uno snodo cruciale per il controllo delle vie di comunicazione e delle risorse idriche. Le Sdf avevano tentato senza successo di riconquistare l’aeroporto e, in risposta, avevano colpito con droni le milizie tribali che avevano cambiato schieramento passando dalla parte di Damasco.
L’avanzata siriana ha innescato una reazione immediata di Washington. Il comando militare statunitense per il Medio Oriente ha chiesto formalmente al governo siriano di fermare le operazioni contro le SDF nel governatorato di Aleppo e lungo l’asse che conduce a Tabqa. Secondo diversi analisti, non si tratta di una semplice nota diplomatica ma di un messaggio di deterrenza: la protezione delle forze curde alleate resta una linea rossa per gli Stati Uniti. In caso di ulteriore avanzata combattuta, non viene esclusa l’ipotesi di raid aerei contro le colonne governative, uno scenario che riporta alla memoria le fasi più tese del confronto indiretto tra Washington e Damasco negli anni della guerra contro lo Stato Islamico.
Già ieri era stata data notizia di colonne di carri armati siriani avvistate in movimento verso Tabqa, come pure l’apertura di corridoi umanitari per consentire ai civili di lasciare le aree controllate dalle SDF a est di Aleppo. Ufficialmente l’obiettivo è la protezione della popolazione, ma il messaggio politico è chiaro: le zone a ovest dell’Eufrate vengono dichiarate “area militare chiusa” e le Sdf vengono gradualmente respinte oltre il fiume. A poco è valso il tentativo messo in atto in questi giorni dei combattenti curdi di chiudere alcuni valichi per ostacolare l’avanzata dell’esercito verso Tabqa.
Nel frattempo gli Stati Uniti, che sostengono le Sdf fin dalla guerra all’Isis, continuano a chiedere la sospensione dei combatti, ma a quanto pare senza efficacia, anche perché per l’esercito prendere il controllo dell’area attorno all’Eufrate significa garantire l’approvvigionamento idrico e nel contempo per le milizie ex jihadiste tentare la ricomposizione dello Stato sottomettendo i curdi a est e i drusi a sud.
Nel marasma di una guerra che sembra non aver mai avuto soluzione di continuità, il rischio è il rafforzamento dell’Isis, ancora pulsante in alcune aree nella parte orientale del paese. Mentre l’incapacità degli Usa di imporsi sul governo di Damasco, motivata anche da una possibile reazione incontrollata nei confronti delle forze israeliane ben presenti nel sud, potrebbe suonare come una sconfitta nei confronti della Russia, che ha sempre visto nella Siria una propria zona di influenza.