di Giuseppe Gagliano –
Il ritiro russo dall’aeroporto di Qamishli, nel nord-est siriano, va letto come un gesto di realismo più che come una ritirata. Dal 2019 Mosca manteneva lì una presenza relativamente piccola, utile a tenere un piede nella regione curda, a osservare le dinamiche lungo il confine turco e a fungere da canale di comunicazione tra attori che in Siria non si parlano quasi mai senza un intermediario. Se oggi quel piede si sposta, è perché il terreno sotto è diventato instabile e, soprattutto, perché la priorità russa resta un’altra: proteggere le due infrastrutture decisive, la base aerea di Hmeimim e la struttura navale di Tartus.
In altre parole, Qamishli era una pedina; la costa è la scacchiera. E quando le pedine iniziano a costare più di quanto rendono, un attore razionale le ritira.
La Siria di Ahmed al-Sharaa sta cercando di riprendere controllo su nord e est del Paese, sottraendolo alle Forze Democratiche Siriane a guida curda. In questo contesto, la presenza russa a Qamishli rischiava di diventare politicamente superflua e militarmente scomoda: se Damasco vuole presentarsi come sovrano unico, ogni presidio straniero in un’area “in fase di riassorbimento” diventa un elemento di negoziazione, o un problema.
Mosca lo capisce e si muove prima di essere costretta. Una parte delle forze e dei mezzi pesanti viene ridislocata verso Hmeimim, il cuore operativo russo, mentre altri uomini rientrano in patria. È un classico riassetto: si abbandona il margine per consolidare il centro.
Dopo il cambio di potere a Damasco, Mosca ha rapidamente costruito un rapporto con al Sharaa, ottenendo una promessa chiave: onorare gli accordi precedenti. Tradotto: Hmeimim e Tartus sono intoccabili. E se quelle due basi restano in piedi, la Russia conserva ciò che le serve davvero: accesso al Mediterraneo, capacità di proiezione regionale, leva diplomatica in Medio Oriente, e un simbolo di permanenza che pesa molto più di un aeroporto nel nord-est.
Questo spiega perché il ritiro da Qamishli non è un disimpegno generale, ma una razionalizzazione dell’impronta militare.
Il punto caldo diventa Kobane. Le SDF sono ormai ridotte a quella roccaforte e a zone curde residue nel nord-est. La città è circondata: confine turco a nord, forze governative siriane intorno. Per Ankara, le SDF restano un bersaglio legittimo perché considerate un’estensione del nemico interno; per Damasco, Kobane è un test di sovranità; per i curdi, è memoria politica: la vittoria contro lo Stato Islamico nel 2015, l’inizio della costruzione dell’autonomia nel Rojava, la prova che si può sopravvivere senza essere cancellati.
In questo quadro, il cessate-il-fuoco rinnovato appare fragile e contestato: accuse reciproche di attacchi, droni, bombardamenti, civili colpiti. Il corridoio umanitario e il convoglio delle Nazioni Unite sono una boccata d’ossigeno, ma non cambiano la natura del problema: la città è diventata un nodo in cui si intrecciano sicurezza, identità e controllo territoriale.
Sul piano militare, la mossa russa segnala una preferenza per la difesa in profondità: concentrare forze e sistemi dove il rischio è minore e il valore è massimo. Qamishli era esposto a incidenti, tensioni locali, pressioni di Damasco, e alle interferenze turche. Hmeimim offre invece protezione, logistica, e un corridoio strategico verso il Mediterraneo.
Per la Russia è una scelta coerente: mantenere l’opzione siriana con costi controllati, evitando di restare impigliata in micro-conflitti periferici che non cambiano l’equilibrio ma possono produrre escalation indesiderate.
Geoeconomicamente, Tartus e la fascia costiera valgono come infrastruttura e come rendita politica: rotte, accesso marittimo, commercio, e potenziale influenza su ricostruzione e contratti. Il nord-est, invece, è un mosaico di controllo e contestazione, dove l’economia dipende da stabilità e accordi locali sempre reversibili. Anche qui, Mosca sceglie dove può estrarre valore e dove può conservarlo.
Il ritiro da Qamishli racconta una Siria che sta cambiando baricentro: Damasco prova a ricompattare il Paese, i curdi resistono in un ultimo simbolo, la Turchia mantiene la pressione, e la Russia ricalibra il proprio ruolo per restare decisiva senza esporsi troppo.
Chi pensa che Mosca stia “uscendo” dalla Siria rischia di sbagliare lettura: sta scegliendo la Siria che conta, quella delle basi e del Mediterraneo, lasciando ai siriani e ai loro vicini la parte più sporca e imprevedibile della riconquista del nord-est.












