di Shorsh Surme –
La questione dell’individuazione di un modello di governance adeguato per il futuro della Siria non riguarda soltanto un cambio di autorità, ma soprattutto la definizione di un sistema capace di includere tutte le diverse comunità religiose ed etniche del Paese. Qualsiasi assetto istituzionale non potrà garantire sicurezza e stabilità durature se non sarà fondato sui principi di democrazia, rispetto dei diritti umani e reale condivisione del potere.
Nel corso di questa analisi emergono due visioni politiche profondamente diverse sul futuro della Siria. Il primo modello, più vicino all’esperienza del Governo Regionale del Kurdistan, si basa sulla costruzione di un’entità politica all’interno di uno Stato-nazione, attraverso un sistema federale. Nel Kurdistan occidentale, meglio conosciuto come Rojava, si è invece sviluppato un modello alternativo che mira a superare il concetto classico di Stato.
L’esperienza del Kurdistan siriano, fortemente influenzata dalla filosofia di Abdullah Ocalan e dalle teorie della “società ecologica” e delle “libere municipalità” di Murray Bookchin, mette in discussione il paradigma dello Stato-nazione. Bookchin, principale teorico di questa prospettiva, riteneva che la democrazia rappresentativa, fondata sull’elezione di un unico rappresentante, avrebbe progressivamente prodotto una classe politica d’élite, distante dagli interessi della popolazione. Al contrario, sosteneva la necessità di restituire il potere decisionale dalle strutture centrali alle comunità locali, ai quartieri e ai villaggi.
La differenza fondamentale tra i due modelli risiede dunque nell’approccio: il primo tenta di riformare lo Stato, il secondo mira a riportare la politica nella vita quotidiana dei cittadini. In questo quadro, le persone non sono semplici spettatori, ma partecipano direttamente ai processi decisionali. Per tale motivo, il modello del Kurdistan occidentale rappresenta un banco di prova per valutare se la società siriana possa raggiungere una pace sociale duratura senza un forte apparato statale centralizzato.
Le continue minacce provenienti dalla Turchia, dai gruppi armati e dalle forze filo-Damasco, da un lato, e la lotta contro l’ISIS, dall’altro, hanno spesso portato le decisioni militari a prevalere su quelle civili nel Kurdistan occidentale. Va inoltre sottolineato che né gli Stati vicini né la comunità internazionale riconoscono ufficialmente questo modello, percepito come una minaccia all’ordine degli Stati-nazione. Damasco continua a sostenere un sistema fortemente centralizzato, in cui le decisioni in materia di sicurezza, politica ed economia emanano esclusivamente dalla capitale, mentre il progetto di autogoverno propone una distribuzione del potere verso villaggi, quartieri e città.
L’autogoverno del Kurdistan di Rojava si fonda sul concetto di “nazione democratica”, in cui curdi, arabi e assiri godono di pari diritti decisionali e in cui le rispettive lingue hanno status ufficiale. Damasco può mostrarsi disposto a concedere ai curdi alcuni diritti culturali, ma non riconosce il Kurdistan occidentale come entità autonoma. Inoltre, rifiuta la presenza di forze armate, come le milizie curde, al di fuori del comando centrale, insistendo su un’identità siriana unitaria.
Tuttavia, il nuovo assetto di potere è consapevole di non poter governare l’intero Paese con la stessa repressione del passato e potrebbe quindi accettare una forma di centralismo attenuato, in cui le regioni gestiscono parte dei propri affari. Per indebolire o superare il modello di autogoverno senza essere etichettato come “Stato terrorista” e senza compromettere la possibilità di una revoca delle sanzioni internazionali, Damasco dovrebbe puntare su forme di coesistenza tra le comunità siriane ed evitare attacchi alle aree autogovernate, che non farebbero altro che ridurre ulteriormente la sua legittimità sul piano internazionale.










