Slovacchia. Fico si ribella alle sanzioni alla Russia e smaschera le crepe nell’Ue

di Giuseppe Gagliano –

Nel cuore del Consiglio europeo, mentre si discuteva l’ennesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, è bastata una voce contraria a far crollare il fragile edificio dell’unanimità. Il primo ministro slovacco Robert Fico ha detto “no” al 18mo pacchetto di misure restrittive proposto da Bruxelles, denunciando il rischio di danni economici irreparabili per il suo Paese. E così, ancora una volta, il fronte sanzionatorio europeo si è inceppato.
Ma dietro il rifiuto slovacco si nasconde molto più di una questione tecnica. È il sintomo di una spaccatura profonda, che attraversa l’Europa tra Est e Ovest, Nord e Sud, tra falchi della guerra e colombe del pragmatismo, tra chi sogna il contenimento totale di Mosca e chi, invece, è terrorizzato dall’effetto boomerang delle decisioni di Bruxelles.
Il nodo è semplice e devastante: la Slovacchia dipende quasi totalmente dal gas russo, e ha un contratto con Gazprom valido fino al 2034. Il piano della Commissione di rescindere questi contratti entro il 2028 invocando la “forza maggiore” è, secondo Bratislava, una minaccia non solo giuridica ma esistenziale. Fico ha avvertito che una rottura unilaterale dell’accordo potrebbe costare alla Slovacchia miliardi di euro in arbitrati internazionali. E ha chiesto a gran voce una compensazione.
“Questa proposta ci distruggerebbe economicamente se non verranno garantite misure compensative concrete”, ha dichiarato, puntando il dito non contro la Russia, ma contro Bruxelles. Una scelta che ribalta la narrazione dominante e dimostra come il vero problema, per alcuni Stati membri, non sia la guerra in Ucraina ma il prezzo della fedeltà all’ideologia sanzionatoria europea.
Il 18mo pacchetto presentato dalla Commissione colpisce in particolare il settore energetico e finanziario russo, nel tentativo di isolare ulteriormente Mosca dopo il rifiuto del cessate il fuoco proposto da Washington. Ma senza l’unanimità dei 27, ogni misura resta nel limbo. Il veto slovacco – sostenuto in modo tacito o attivo anche da Budapest – ha congelato il processo.
Non è la prima volta che l’Europa si trova ostaggio dei suoi stessi meccanismi decisionali. Ma oggi il contesto è diverso: il tempo stringe, la guerra si cronicizza, le economie balbettano. E la pazienza dei governi sotto pressione popolare, soprattutto nei Paesi più esposti alla dipendenza energetica, è al limite.
In un summit descritto come “costruttivo ma inconcludente”, Fico ha incontrato Ursula von der Leyen, chiedendo un patto: nessuna nuova sanzione finché non si trovano soluzioni condivise su forniture energetiche e responsabilità contrattuali. Il messaggio è chiaro: la Slovacchia non accetterà decisioni imposte dall’alto che la condannino alla recessione. “Definiamo prima la soluzione, poi discutiamo di sanzioni”, ha detto Fico in un video postato sui social, con tono più da leader oppositore che da membro dell’UE.
La Commissione, pressata dalla Polonia che vorrebbe chiudere il dossier prima della fine della sua presidenza di turno, ha promesso l’invio di una delegazione tecnica a Bratislava. Ma il tempo gioca contro tutti. Ogni ritardo rafforza il fronte del dissenso. Ogni forzatura alimenta la retorica sovranista.
Quello slovacco non è un caso isolato. Da mesi, Ungheria e Slovacchia agiscono come freno a mano dell’Unione in materia di Ucraina e Russia. Ma non per affinità con Putin, quanto per sopravvivenza politica ed economica interna. Per Budapest e Bratislava, l’equilibrio tra fedeltà all’Occidente e protezione dell’interesse nazionale è diventato un esercizio quotidiano.
Questa tensione dimostra che l’Europa non è (ancora) una potenza geopolitica. È un mosaico di interessi divergenti, tenuto insieme più dalla retorica che dalla coesione strategica. Finché ogni decisione richiederà l’unanimità, il diritto di veto sarà lo strumento preferito da chi vuole trattare, ottenere, resistere. E a forza di compromessi al ribasso, il rischio è che le sanzioni diventino simboliche, le crepe si allarghino, e il fronte anti-russo perda di coerenza.