di Giuseppe Gagliano –
Il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud ha voluto dissipare i timori: nessuna guerra per procura tra Egitto ed Etiopia avrà luogo sul suolo somalo. Una rassicurazione necessaria, perché la nuova missione AUSSOM dell’Unione Africana, che ha preso il posto della lunga presenza militare africana iniziata nel 2007, vede per la prima volta la contemporanea presenza di peacekeeper egiziani ed etiopi.
L’Egitto contribuirà con oltre mille uomini, mentre l’Etiopia con 2.500. Accanto a loro, truppe ugandesi, keniote, gibutiane e forze di polizia e staff civile, per un totale di quasi 12.000 unità. L’obiettivo è proteggere il fragile governo federale di Mogadiscio e contrastare la minaccia persistente di al-Shabaab, gruppo islamista legato ad al-Qaeda. Ma la geografia politica non è neutrale: Il Cairo e Addis Abeba sono rivali di lungo corso e la loro presenza fianco a fianco in Somalia porta con sé inevitabili tensioni.
Alla radice c’è la grande frattura sul Nilo Azzurro. L’Etiopia ha costruito la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), un’opera che Addis Abeba considera vitale per lo sviluppo nazionale, ma che l’Egitto teme possa ridurre drasticamente le sue risorse idriche, minacciando agricoltura e approvvigionamento di acqua potabile. La diga è divenuta un simbolo della sovranità etiope ma anche della vulnerabilità egiziana. È in questo contesto che va letta la scelta del Cairo di rafforzare il legame con la Somalia, firmando nel 2024 un patto di difesa e inviando armi, munizioni e ora soldati.
Per la Somalia, la presenza di Egitto ed Etiopia è un rischio e un’opportunità. Rischio, perché il Paese potrebbe trasformarsi in teatro di rivalità esterne, proprio mentre cerca di uscire da decenni di conflitto e di anarchia. Opportunità, perché il coinvolgimento di attori regionali forti può tradursi in maggiore sostegno militare, infrastrutturale ed economico. Mohamud ha tutto l’interesse a mantenere un equilibrio, presentando la Somalia come terreno neutro di cooperazione, non di conflitto.
Le parole di Donald Trump, che all’Assemblea generale dell’ONU ha presentato la disputa tra Egitto ed Etiopia come una delle “sette guerre infinite” che avrebbe risolto, hanno suscitato perplessità. Non solo perché il contenzioso rimane irrisolto, ma anche perché la Casa Bianca non dispone degli strumenti per imporre una mediazione duratura. Nel suo primo mandato, Trump aveva provato a facilitare un accordo senza riuscirci, arrivando a sospendere gli aiuti ad Addis Abeba. La diga resta dunque una ferita aperta che minaccia di riflettersi sugli equilibri dell’intero Corno d’Africa.
L’acqua è il vero oro della regione. Per l’Egitto, la sicurezza idrica è questione di sopravvivenza nazionale: il 90% delle sue risorse dipende dal Nilo. Per l’Etiopia, la diga rappresenta non solo energia elettrica e sviluppo, ma anche l’affermazione di un nuovo ruolo da potenza regionale. La Somalia, pur non essendo al centro del contenzioso idrico, ne diventa il riflesso politico: chi controlla Mogadiscio può rafforzare le proprie posizioni nei negoziati internazionali e accrescere l’influenza nel Corno.
L’arrivo dei peacekeeper egiziani ed etiopi in Somalia non è solo un fatto operativo. È la proiezione sul terreno somalo di una più ampia lotta per le risorse e per il prestigio regionale. Mohamud cerca di presentarsi come arbitro e garante della neutralità, ma l’equilibrio è fragile. In un contesto in cui terrorismo, instabilità e crisi climatiche si intrecciano, il rischio che la Somalia diventi un nuovo campo di battaglia diplomatico tra Il Cairo e Addis Abeba resta concreto. E ancora una volta, il futuro del Corno d’Africa sarà deciso attorno a una risorsa tanto invisibile quanto vitale: l’acqua del Nilo.












