di Enrico Oliari e Giuseppe Gagliano –
Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele segna una frattura netta in una regione già attraversata da tensioni strutturali. Per la prima volta uno Stato rompe il muro del non-riconoscimento che dal 1991 ha circondato l’entità separatista somala, formalizzando un rapporto che finora era rimasto sotto traccia. La mossa di Benjamin Netanyahu non è un gesto simbolico: è un atto politico che intreccia diplomazia, sicurezza e competizione per il controllo dei nodi marittimi globali.
Ma soprattutto che svela la strategia, peraltro mai nascosta, di Benjamin Netanyahu: cercare un posto dove trasferire i due milioni di palestinesi di Gaza
Già a settembre il premier israeliano aveva parlato del progetto finalizzato a prendere il controllo della Striscia e con essa dei giacimenti di gas off-shore, per cui il riconoscimento del Somaliland, con tanto di apertura delle reciproche ambasciate, non sarebbe altro che il (poco) prezzo pagato per una serie di vantaggi che passano anche dal creare una piattaforma di cooperazione in settori civili e tecnologici, dal garantire una proiezione indiretta nel Corno d’Africa a ridosso del Mar Rosso e dello stretto di Bab el-Mandeb, snodo vitale del traffico container mondiale, per arrivare all’allargamento dell’orbita degli Accordi di Abramo a un attore africano che cerca legittimazione internazionale.
La reazione della Somalia è stata immediata e dura. Per Mogadiscio il riconoscimento è un attacco diretto all’integrità territoriale, tanto più sensibile alla vigilia dell’assunzione della presidenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il punto non è solo giuridico: la Somalia teme l’effetto domino, la normalizzazione di un precedente che incoraggi altre entità separatiste a cercare sponsor esterni.
La vera scossa però è per la Turchia. Ankara considera la Somalia un pilastro della propria presenza africana: base militare, cooperazione di sicurezza, assistenza economica e ora anche energia. Non sorprende che il portavoce del ministero degli Esteri turco abbia parlato di azione destabilizzante. Per Hakan Fidan, il dossier è strategico: Israele entra in uno spazio che la Turchia ritiene proprio, mettendo in discussione anni di investimento politico e militare.
Sul fondo c’è anche il petrolio. Le stime parlano di risorse ingenti lungo la costa somala, con trivellazioni affidate alla compagnia statale turca. Non tutto sarà recuperabile, ma abbastanza da spiegare perché Ankara difenda con forza l’assetto territoriale esistente. Il riconoscimento israeliano del Somaliland rischia di complicare contratti, sicurezza dei siti e rapporti con i partner regionali.
Il Somaliland non è isolato. I rapporti con Etiopia ed Emirati Arabi Uniti sono consolidati: il porto di Berbera, gestito da DP World, è la vera posta in gioco. Addis Abeba, priva di sbocco al mare, ha bisogno di alternative a Gibuti; Abu Dhabi vede nel Corno d’Africa una cerniera tra Golfo e Oceano Indiano. Il memorandum tra Etiopia e Somaliland sull’accesso al porto ha già acceso lo scontro con Mogadiscio. Israele entra ora in questo triangolo, rendendolo quadrilatero.
Il riconoscimento del Somaliland non porterà stabilità nel breve periodo. Al contrario, alza la temperatura regionale e irrigidisce le posizioni. Israele guadagna un avamposto politico e con tutta probabilità l’opportunità di chiudere una volta per tutte il dossier Gaza, sempre che in qualche modo riesca a far trasferire una popolazione che non si è piegata neppure davanti a mesi di intensi bombardamenti, alle privazioni dei diritti umani, alla fame e al freddo; la Turchia vede sfidata la propria influenza; la Somalia si sente accerchiata; Etiopia ed Emirati misurano nuove opportunità. Nel Corno d’Africa la diplomazia si fa sempre più transazionale, e ogni mossa viene letta come un tassello di una competizione più ampia sul controllo delle rotte e delle risorse.
Il risultato è un equilibrio più fragile, dove la legittimazione internazionale diventa strumento di pressione geopolitica. In questo gioco, il Somaliland ottiene visibilità; la regione, però, paga il prezzo dell’incertezza.












