Spagna. Ceuta sotto pressione: l’esodo dal Marocco apre una crisi europea

di Enrico Oliari

Ceuta si è trasformata nel principale punto di frizione della politica migratoria europea. In poche ore l’enclave spagnola sulla costa nordafricana è stata investita da un afflusso senza precedenti di persone provenienti dal Marocco, mettendo in crisi il sistema di sicurezza, l’accoglienza e i rapporti politici tra Madrid e alcuni partner dell’Unione Europea.
Secondo il ministero dell’Interno spagnolo nelle ultime ventiquattro ore circa 49mila migranti hanno raggiunto Ceuta presso il confine terrestre o arrivando via mare, spesso a nuoto. Un numero eccezionale, che ha superato di gran lunga la capacità di risposta delle autorità locali e ha costretto il governo di Pedro Sánchez a dichiarare la massima allerta.
Il prezzo umano della crisi è già molto elevato. Almeno 19 persone sono morte durante il tentativo di raggiungere l’enclave spagnola, mentre centinaia sono state soccorse in condizioni di forte ipotermia o di estrema disidratazione. Guardia Civil, servizi di emergenza e Croce Rossa stanno operando senza interruzione, ma le strutture di accoglienza risultano ormai completamente sature. Ilpremier Pedro Sánchez è atteso a Ceuta nelle prossime ore per coordinare la risposta istituzionale e valutare ulteriori misure di contenimento dell’emergenza.
Con il passare delle ore sta emergendo anche un fenomeno inatteso. Molti dei migranti arrivati nei giorni scorsi stanno cercando di tornare in Marocco. La mancanza di posti nelle strutture di accoglienza, l’assenza di prospettive immediate e il timore di rimanere bloccati nell’enclave stanno convincendo numerose persone a ripercorrere il tragitto in senso opposto. Alcuni vengono accompagnati ai valichi di frontiera dalle stesse forze armate spagnole, altri scelgono di rientrare nuovamente a nuoto. Diversi migranti hanno inoltre denunciato aggressioni e intimidazioni da parte di residenti di alcuni quartieri della città.
L’emergenza si è rapidamente estesa anche a Melilla, l’altra enclave spagnola in territorio marocchino. Dopo un tentativo di ingresso collettivo lungo diversi tratti della frontiera, le autorità hanno chiuso il valico di Beni-Enzar. Secondo il presidente della città autonoma, Juan José Imbroda, sarebbero entrate tra le 300 e le 400 persone, un fenomeno che attribuisce all’effetto imitativo provocato da quanto avvenuto a Ceuta.
La pressione migratoria sta producendo conseguenze anche sul piano politico europeo. Il governo italiano sta infatti valutando il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne per i collegamenti provenienti dalla Spagna, utilizzando le clausole previste dal Codice Frontiere Schengen in caso di gravi minacce all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale. L’eventuale misura non comporterebbe la sospensione della partecipazione della Spagna allo spazio Schengen, ma introdurrebbe nuovamente controlli sistematici negli aeroporti e nei porti italiani sui passeggeri provenienti dal territorio spagnolo.
La prospettiva ha già provocato un duro confronto diplomatico. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha criticato la politica migratoria del governo Sánchez, sostenendo che alcune recenti regolarizzazioni possano aver favorito nuovi flussi. Madrid ha respinto le accuse, definendole infondate, e ha convocato l’ambasciatore italiano per esprimere formalmente il proprio dissenso.
Secondo il governo spagnolo all’origine dell’ondata migratoria vi sarebbe invece la diffusione, da parte delle reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani, della convinzione che chi raggiunge Ceuta a nuoto non possa essere immediatamente rimpatriato. Una circostanza che avrebbe incoraggiato migliaia di persone a tentare contemporaneamente l’attraversamento del confine.
La crisi di Ceuta rischia così di andare ben oltre la dimensione umanitaria. L’enclave rappresenta uno dei confini esterni dell’Unione Europea e quanto accade sulle sue spiagge potrebbe riaprire il dibattito sulla tenuta del sistema Schengen, sulla cooperazione con il Marocco e sulla capacità dell’Europa di gestire improvvise pressioni migratorie lungo le proprie frontiere meridionali.