di Giuseppe Gagliano –
In un’Europa che, davanti alla guerra contro l’Iran, sembra oscillare tra l’inerzia politica e la subordinazione strategica, la decisione di Pedro Sanchez di negare agli Stati Uniti l’uso delle basi spagnole rappresenta molto più di una scelta tecnica. È un atto politico netto. È, soprattutto, una lezione di dignità e di sovranità.
Mentre Francia, Germania e Regno Unito lasciano aperta la porta a un possibile coinvolgimento nella campagna militare avviata da Washington e Tel Aviv, Madrid sceglie di fermarsi prima del punto di non ritorno. Non difende Teheran, non assolve la Repubblica islamica, non si schiera con il blocco iraniano. Fa qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più raro nel continente europeo: rivendica il diritto di uno Stato a non farsi trascinare automaticamente nella guerra di un alleato.
Il rifiuto di autorizzare l’uso delle basi di Moron de la Frontera e di Rota come hub di rifornimento per gli aerei americani ha un peso strategico evidente. Quelle installazioni non sono dettagli logistici: sono nodi operativi del dispositivo occidentale tra Atlantico, Mediterraneo e Medio Oriente. Dire no, in questo contesto, significa interrompere almeno in parte la fluidità della macchina bellica statunitense, costringendola a redistribuire uomini, mezzi e catene di supporto verso Germania, Francia e Regno Unito. Non è un blocco dell’operazione americana, ma è un segnale politico pesante: la Spagna non accetta di diventare retrovia passiva di una escalation che considera pericolosa.
La decisione di Sanchez conta perché rompe una prassi quasi automatica: quella per cui gli Stati Uniti chiedono agli alleati spazi, basi, infrastrutture, e gli alleati europei, salvo sfumature retoriche, si adeguano. Questa volta no. Washington, pur abituata all’unilateralismo, ha incassato senza forzare. E proprio questo rende ancora più interessante la vicenda: quando un Paese europeo esercita davvero un margine di autonomia, scopre che l’alleato americano può protestare, può irritarsi, ma può anche adattarsi.
Il trasferimento di una dozzina o più di aerocisterne KC-135 fuori dalla Spagna dimostra che gli Stati Uniti dispongono di alternative. Ma dimostra anche un’altra cosa: l’Europa non è irrilevante per necessità, spesso lo diventa per scelta. Se un governo decide di far valere la propria sovranità, il sistema atlantico non crolla; semmai viene costretto a prendere atto che non tutti sono disposti a timbrare il cartellino dell’obbedienza strategica.
La Spagna, in questo passaggio, non compie un gesto simbolico. Difende un interesse nazionale concreto. Cerca di evitare di essere esposta come piattaforma avanzata in una guerra che rischia di incendiare rotte energetiche, traffici marittimi e flussi commerciali da cui dipende la sua economia. Cerca di proteggere i militari dispiegati in Libano, Iraq e Turchia. Cerca di non offrire a Teheran o ai suoi alleati un ulteriore pretesto per considerarla parte attiva del dispositivo ostile. In una parola: fa politica. E farla, oggi, in Europa, sembra quasi un atto rivoluzionario.
C’è poi una lezione strategica che molti fingono di non vedere. Le basi militari non sono spazi neutri. Non sono semplici porzioni di territorio concesse per cortesia diplomatica. Sono moltiplicatori di potenza. Chi permette il loro uso entra, in misura diversa, nel circuito operativo della guerra. Anche quando non spara un colpo. Anche quando si rifugia dietro la formula del supporto tecnico o logistico.
Sanchez lo ha capito, e ha scelto di non accettare questa ambiguità. In una fase in cui il confronto con l’Iran può allargarsi dal Golfo al Levante, dal Mar Rosso al Mediterraneo, offrire basi e corridoi di rifornimento significa esporsi a ritorsioni, tensioni diplomatiche, costi economici e rischi militari. Significa trasformare la geografia nazionale in una componente del teatro bellico. La Spagna ha detto no a questa trasformazione.
Non è una posizione pacifista nel senso ingenuo del termine. È una posizione di calcolo. Madrid sa che una guerra allargata tra Stati Uniti, Israele e Iran avrebbe effetti diretti sulla sicurezza europea, sulle catene energetiche, sul commercio e sulla stabilità politica interna. E sa anche che l’Europa, una volta entrata nel vortice, avrebbe pochissimo controllo sugli sviluppi successivi. Per questo la scelta spagnola appare come una forma di autodifesa strategica prima ancora che di dissenso diplomatico.
La vera condanna, in questa storia, non riguarda tanto Washington quanto il resto d’Europa. Perché il problema non è che gli Stati Uniti facciano gli Stati Uniti, usando la forza come strumento di potenza. Il problema è che la maggior parte dei governi europei continua a muoversi come se non avesse altra funzione che quella di accompagnare, facilitare, coprire. Con toni diversi, con sfumature diverse, ma dentro la stessa logica di dipendenza.
La Spagna di Sanchez, pur con tutte le contraddizioni del suo governo e della sua collocazione atlantica, ha almeno mostrato che un margine esiste. E questo margine ha un nome preciso: sovranità. Non la sovranità gridata come slogan, ma quella praticata quando bisogna scegliere se un’infrastruttura nazionale debba servire l’interesse del Paese o la strategia di altri.
In questo senso, la mossa di Madrid assume un valore che va oltre la penisola iberica. Diventa una lezione di dignità e di sovranità per un’Europa che da troppo tempo confonde l’alleanza con la rinuncia a pensare, la cooperazione con la cessione di autonomia, la fedeltà con la subalternità. Sanchez non ha rovesciato i rapporti di forza. Non ha cambiato il corso della guerra. Ma ha ricordato una verità elementare: uno Stato che controlla davvero il proprio territorio, le proprie basi e le proprie decisioni è ancora uno Stato.
Ed è precisamente questo il punto che rende la sua scelta così importante. In mezzo a governi che si affrettano a mostrarsi responsabili davanti a Washington, Madrid ha scelto di mostrarsi responsabile davanti a se stessa. Non è poco. In tempi come questi, è già molto.
















