
di Mauro Morbello –
Negli ultimi 25 anni l’America Latina non ha rappresentato una priorità complessiva per gli Stati Uniti, progressivamente assorbiti da altri quadranti geopolitici. Nello stesso arco temporale, la Cina ha invece rafforzato in modo costante la propria penetrazione economica e infrastrutturale nella regione, investendo in porti, energia, grandi opere, trasporti e reti digitali. Il consolidamento di questa presenza ha trovato espressione nella crescita dell’interscambio commerciale tra Pechino e i Paesi latinoamericani, salito da poco più di 10 miliardi di dollari all’inizio degli anni Duemila a quasi 600 miliardi oggi.
Nel quadro dell’attuale crescente competizione tra superpotenze, l’amministrazione Trump ha recentemente deciso una svolta aggressiva alla propria strategia emisferica, diretta a riorganizzare e rafforzare l’influenza statunitense sull’America Latina e i Caraibi. La nuova linea d’azione si fonda su due testi fondamentali. Il primo è la National Security Strategy, emanato dalla casa Bianca a dicembre 2025, che eleva il Western Hemisphere – nel lessico strategico statunitense, l’insieme delle Americhe – a spazio prioritario per la propria sicurezza nazionale. Il documento individua nella crescente penetrazione di potenze extra-emisferiche, con un evidente riferimento alla Cina, una vulnerabilità geopolitica critica per Washington, in particolare quando essa si traduce nel controllo di infrastrutture e risorse strategiche.
A questa cornice politica, il mese di gennaio 2026, è stato affiancato un secondo documento, denominato National Defense Strategy, emanato dal Dipartimento della Difesa, che traduce gli orientamenti della Casa Bianca in una procedura operativa. Nel testo vengono individuati i principali snodi logistici, tecnologici e infrastrutturali, nonché le risorse essenziali che Washington intende presidiare. In tale quadro sono ricompresi anche fenomeni come il narcotraffico e la criminalità transnazionale, considerati fattori che incidono sulla stabilità dell’area e che, se non contrastati, possono essere sfruttati da attori ostili agli Stati Uniti per accrescere la propria influenza mettendo a rischio la sicurezza dell’emisfero.
Per comprendere l’attuale strategia statunitense in America Latina occorre partire dal principale strumento dell’espansione cinese nella regione: la Belt and Road Initiative, nota come Nuova Via della Seta. Si tratta di un vasto programma di connettività commerciale e infrastrutturale, esteso all’America Latina a partire dal 2018, che ha coinvolto gran parte dei Paesi della regione attraverso la firma di memorandum d’intesa con Pechino. Tra le principali economie latinoamericane, solo Messico e Brasile non hanno aderito formalmente; il primo per la sua collocazione strutturale all’interno dello spazio economico-industriale nordamericano, il secondo per la scelta di preservare una cooperazione con la Cina su basi bilaterali.
Attraverso la Belt and Road Initiative e altri accordi specifici con diversi governi latinoamericani, Pechino è riuscita in pochi anni a radicare stabilmente le proprie imprese nel subcontinente, oltre a rafforzare collegamenti logistici e relazioni commerciali, consolidando rapporti con governi di diverso orientamento politico. L’espansione si è concentrata nei settori più sensibili dell’economia come porti, energia, trasporti, telecomunicazioni e reti digitali, permettendo alla Cina non solo di ampliare in modo significativo gli scambi, ma anche di rafforzare la propria presenza nei poli infrastrutturali e tecnologici attraverso cui si organizzano i flussi di merci, energia, dati e capitali.
È stato proprio il rapido consolidamento della presenza cinese nella regione a spingere Washington a imprimere una svolta più incisiva alla propria strategia emisferica, con l’obiettivo di ricondurre l’insieme dei Paesi latinoamericani entro la propria sfera di influenza, cooptando i governi più disponibili e forzando quelli più riluttanti ad allinearsi alle priorità strategiche statunitensi. Attraverso una logica di integrazione forzata, Washington ha iniziato a esercitare pressioni politiche e diplomatiche sempre più marcate per orientare le scelte dei governi latinoamericani in senso coerente con le proprie priorità. A questa linea di condizionamento ha affiancato l’offerta di credito, investimenti e strumenti di cooperazione, mobilitati tramite programmi pubblici e iniziative private, allo scopo di promuovere una più stretta integrazione produttiva della regione con gli Stati Uniti e di convogliare capitali verso settori strategici.
Il risultato del nuovo modello di intervento statunitense appare tangibile già dopo poche settimane. Un primo caso emblematico è quello di Panama che, dopo il mancato rinnovo della propria adesione alla Belt and Road Initiative, il mese di febbraio 2026 ha estromesso le imprese cinesi che da oltre vent’anni gestivano i porti ai due ingressi del Canale sostituendole con operatori occidentali. Un secondo caso significativo riguarda il mega-porto di Chancay, in Perù, inaugurato nel novembre 2024. Controllato dalla cinese Cosco Shipping, con un investimento complessivo di 3,5 miliardi di dollari, il porto costituisce uno dei principali snodi della proiezione economica di Pechino nel Pacifico sudamericano.
Progettato per accogliere grandi navi portacontainer, consente collegamenti diretti con l’Asia, con una riduzione stimata di 10 giorni nei tempi di trasporto e del 20% nei costi logistici, offrendo alla Cina non solo un’infrastruttura commerciale, ma un punto strategico capace di rafforzarne in modo stabile la presenza logistica nella regione. Per contrastare il vantaggio acquisito da Pechino, nel gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno approvato un investimento di 1,5 miliardi di dollari destinato al riassetto dell’area di Callao, il porto commerciale di Lima, situato a breve distanza da Chancay. L’obiettivo è duplice: da un lato, ampliare il porto di Lima e metterlo in condizione di competere direttamente con quello controllato dai cinesi; dall’altro, rafforzare la proiezione strategica statunitense nella zona, anche sul piano militare.
Un terzo caso emblematico è quello del Cile, dove la pressione statunitense si è manifestata sul terreno delle telecomunicazioni e infrastrutture digitali. Washington ha contestato il progetto di un cavo sottomarino in fibra ottica, inizialmente approvato dal governo cileno in favore di imprese cinesi, che avrebbe dovuto collegare il Sud America a Hong Kong, presentandolo come un potenziale rischio per la sicurezza delle telecomunicazioni regionali. In questo contesto, il progetto è stato sospeso, mentre gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti a tre funzionari cileni accusati di aver compromesso infrastrutture critiche. Parallelamente, il progetto Humboldt sviluppato con Google e orientato verso l’Australia, si è imposto come l’alternativa più compatibile con gli interessi strategici occidentali.
Considerati nel loro insieme questi sviluppi, maturati a poche settimane dalla definizione della nuova strategia statunitense per l’emisfero occidentale, evidenziano con chiarezza la volontà di Washington di contrastare e, ove possibile, ridimensionare la presenza cinese nei settori ritenuti più sensibili. La recente linea di intervento statunitense può offrire opportunità, ma apre anche rischi rilevanti per la regione.
Il primo è quello di una compressione dell’autonomia dei governi latinoamericani, sempre più obbligati a scegliere, a costo di ritorsioni, tra Washington e Pechino in materie cruciali come porti, reti digitali, minerali critici, energia e logistica. Il secondo è quello di una maggiore frammentazione economica e produttiva, poiché la competizione tra le due potenze può spezzare catene di approvvigionamento, imporre standard tecnologici incompatibili e aumentare i costi di adattamento per economie già esposte a forti vincoli e pressioni esterne.
A questo quadro si inserisce un ulteriore rischio, particolarmente sensibile per i Paesi esportatori di materie prime, come ad esempio Cile e Perù, fortemente dipendenti dall’export di rame e minerali strategici verso la Cina. Un eventuale irrigidimento delle relazioni politiche o una risposta ritorsiva di Pechino alla nuova politica regionale nordamericana, attraverso una riduzione degli acquisti o una diversificazione delle fonti di approvvigionamento, potrebbe generare effetti macroeconomici immediati, incidendo su entrate fiscali, bilancia commerciale e stabilità dei conti pubblici di questi Paesi.
Una ulteriore variabile riguarda infine la crescente sovrapposizione tra dimensione economica, infrastrutturale e militare. Porti, cavi sottomarini, reti energetiche e corridoi logistici non vengono più considerati soltanto strumenti di integrazione commerciale, ma infrastrutture strategiche da presidiare, contendere o sottrarre all’influenza rivale. Questo significa che, in caso di ulteriore deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, tali snodi potrebbero trasformarsi in punti di frizione diretta, esponendo i Paesi latinoamericani a pressioni sempre più forti e al rischio di essere coinvolti, loro malgrado, in una contrapposizione geopolitica più aspra e potenzialmente aperta a sviluppi al momento imprevedibili.











