Sud Sudan. Il vescovo Carlassare, ‘Basta applicare alla politica tattiche di guerra’

Il vescovo di Bentiu all'agenzia Dire su rivalità, memoria e futuro.

di Vincenzo Giardina / Dire * –

“C’è chi applica tattiche di guerra al campo della politica e del governo”, denuncia monsignor Christian Carlassare, vescovo di Bentiu e amministratore apostolico di Rumbek, in Sud Sudan. Origini vicentine, 48 anni, nel Paese come missionario comboniano già da prima della sua indipendenza dal Sudan nel 2011, il presule guarda alle festività del Natale e al 2026. Il contesto, evidenzia in un’intervista con l’agenzia Dire, è segnato da tensioni sia sul piano interno che regionale. Nella capitale Juba l’incertezza è legata a un processo a carico di Riek Machar, ex capo ribelle ed ex vicepresidente, entrato in rotta di collisione con il capo dello Stato Salva Kiir e ora accusato di “tradimento, omicidio e crimini contro l’umanità”
Elevati poi i rischi derivanti dal conflitto in Sudan, oltre il confine settentrionale: gli scontri tra reparti dell’esercito e paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) hanno raggiunto Heglig, giacimento petrolifero sudanese e snodo dell’export degli idrocarburi sud-sudanesi. Proprio questo mese, sulla base di un’intesa con i belligeranti finalizzata a garantire l’operatività delle infrastrutture energetiche, nell’area si sono schierati i militari di Juba. Monsignor Carlassare legge questi fatti alla luce dell’esperienza degli ultimi anni. In Sud Sudan un conflitto civile che ha provocato migliaia di morti e milioni di sfollati è stato combattuto tra il 2013 e il 2018. Le violenze hanno finito per trascinare in nuovi antagonismi dinka e nuer, le comunità di appartenenza rispettivamente di Kiir e di Machar. “Anche oggi la situazione politica è molto complessa e le rivalità sono tante e da più parti”, sottolinea il vescovo.
“Come Chiesa del Sud Sudan mettiamo in guardia da questa politica di contrapposizione, dove pur avendo firmato l’accordo di pace si continua il conflitto in un altro terreno, quasi ad applicare le tattiche di guerra alla politica e al governo”. Secondo monsignor Carlassare, “questo va cambiato perché la popolazione è stremata e vuole solo vivere nella pace vedendo un po’ di sviluppo e avendo accesso a beni e a servizi essenziali, come la scuola e la sanità”. Il vescovo ritorna al conflitto deflagrato nel 2013, proprio a partire da dissapori tra Kiir e Machar. “Negli ultimi 12 anni le comunità si sono divise in seguito alle violenze e alle ingiustizie commesse”, denuncia monsignor Carlassare. “Prima invece non era così, c’era anzi la coscienza di essere sud-sudanesi e non appartenenti solo al proprio gruppo o alla propria tribù”. Da questa memoria si può però ripartire, secondo il vescovo: “C’è chi trae vantaggio dal far leva sulle differenze etniche, certo, ma i sud-sudanesi sono in realtà accoglienti e tolleranti verso le diversità, quindi pronti a formare un popolo solo”. Ma è davvero possibile? La condizione necessaria, risponde monsignor Carlassare, è “che ciascuno si senta garantito e protetto, grazie all’eliminazione delle grandi ingiustizie che ci sono ancora oggi, anche per le disparità tra una regione e l’altra”. In Sud Sudan resta dispiegata una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite, forte di circa 17mila soldati, poliziotti e funzionari. Uno di loro, Bol Rhoch Mayol Kuot, è stato catturato e ucciso una settimana fa nei pressi della città di Wau, nella regione di Bahr El-Ghazal. Ancora da accertare circostanze e dinamiche dell’assassinio, denunciato anche dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.