
di Giuseppe Gagliano –
Il discorso pronunciato dal generale Abdel Fattah al-Burhan il primo gennaio, in occasione del settantesimo anniversario dell’indipendenza del Sudan, va letto meno come un’analisi della situazione militare e più come un atto politico. Dal Palazzo Repubblicano di Khartoum, simbolo di uno Stato devastato dalla guerra, il capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF) ha promesso una vittoria imminente sulle Rapid Support Forces e ha invocato una riconciliazione nazionale che, nei fatti, appare lontana.
Al-Burhan ha costruito il suo messaggio su una narrazione storica potente: la guerra attuale come prosecuzione della lotta per la libertà iniziata nel XIX secolo e culminata nell’indipendenza del 1956. È un tentativo evidente di legittimare il ruolo dell’esercito come custode dell’identità nazionale e della sovranità dello Stato. Ma questa retorica si scontra con una realtà militare frammentata e con un Paese di fatto diviso.
Sul terreno, la situazione è ben più complessa di quanto lasci intendere il discorso presidenziale. Le RSF, guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, nonostante la perdita di Khartoum nel maggio 2025, mantengono il controllo di vaste aree strategiche, in particolare nei cinque Stati del Darfur e in parte dell’Ovest sudanese. Qui si concentrano risorse, rotte commerciali e snodi logistici fondamentali per la sopravvivenza economica delle forze paramilitari.
Il Sudan è oggi diviso in zone di influenza: l’esercito controlla la maggior parte dei restanti tredici Stati, incluse le principali istituzioni formali, mentre le RSF dominano territori periferici ma cruciali. Nei Kordofan settentrionale e meridionale, i combattimenti restano intensi e dimostrano che nessuna delle due parti è in grado di ottenere una vittoria rapida e decisiva.
Il conflitto, esploso nell’aprile 2023 a seguito del fallimento dell’integrazione delle RSF nell’esercito regolare, si è ormai trasformato in una guerra civile strutturale. I numeri parlano chiaro: decine di migliaia di morti e circa 13 milioni di sfollati interni e rifugiati. La guerra non è più un’eccezione, ma una condizione permanente che ridisegna il tessuto sociale e politico del Paese.
In questo contesto, la richiesta di al-Burhan di disarmare le RSF come precondizione per qualsiasi accordo di pace appare irrealistica. Le RSF non sono una milizia residuale, ma un attore armato con profondi radicamenti territoriali ed economici. Pretendere il loro disarmo senza un equilibrio di forze sul campo equivale a congelare ogni prospettiva negoziale.
La guerra sudanese non è più solo una questione interna. È diventata un terreno di competizione regionale. Il viaggio di al-Burhan ad Ankara e l’incontro con Recep Tayyip Erdoğan confermano il ruolo crescente della Turchia nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. Il gemellaggio tra il porto turco di Mersin e Port Sudan non è un dettaglio tecnico, ma un segnale geopolitico.
Port Sudan è oggi il cuore logistico del Paese: principale canale commerciale, hub umanitario e sede operativa del governo delle SAF. Controllare Port Sudan significa controllare ciò che resta dello Stato sudanese. Il sostegno turco rafforza la posizione di al-Burhan e si inserisce nella dottrina della “Blue Homeland”, che estende gli interessi di Ankara dal Mediterraneo orientale al Mar Rosso.
Dall’altra parte, l’influenza degli Emirati Arabi Uniti, accusati di sostenere le RSF, evidenzia una competizione indiretta tra potenze regionali, combattuta attraverso alleati locali e strumenti di soft power, inclusi aiuti umanitari e investimenti infrastrutturali.
Il discorso di al-Burhan va quindi interpretato come un messaggio rivolto a più destinatari. All’interno, serve a consolidare il consenso attorno all’esercito, presentato come unico garante dell’unità nazionale. All’esterno, mira a rassicurare e attrarre alleati, dimostrando che le SAF restano l’interlocutore statale legittimo.
Ma il rischio è evidente: la retorica della vittoria può irrigidire ulteriormente le posizioni e rendere ancora più lontana una soluzione politica. In un Sudan frammentato, dove il controllo delle infrastrutture chiave conta più della legittimità formale, la guerra tende ad autoalimentarsi.
Il Sudan del 2026 non è vicino alla pace né alla vittoria. È intrappolato in uno stallo armato, in cui ogni attore combatte per sopravvivere e per negoziare da una posizione di forza. Finché la guerra resterà il linguaggio dominante, la riconciliazione evocata da al-Burhan resterà una promessa sospesa, utile più a sostenere il potere che a fermare il conflitto.











