Sudan. Come l’Europa ha pagato e armato i suoi stessi carnefici

di Giuseppe Gagliano

La guerra civile sudanese compie 32 mesi e ha già prodotto più di 25mila morti accertati, due milioni di profughi e una carestia che l’ONU definisce «la peggiore dai tempi dell’Etiopia 1984-85». Eppure a Bruxelles nessuno sembra voler guardare in faccia la propria parte di responsabilità.
Per quasi dieci anni l’Unione Europea ha pompato soldi, veicoli, formazione e attrezzature in Sudan con un unico obiettivo dichiarato: fermare i migranti prima che raggiungessero il Mediterraneo. Tra il 2014 e il 2021 sono arrivati oltre 400 milioni di euro attraverso il Fondo Fiduciario per l’Africa (EUTF) e programmi come Better Migration Management.
Dove sono finiti quei soldi? In gran parte nelle tasche delle Forze di Supporto Rapido (RSF), le milizie janjaweed riciclate da Omar al-Bashir e oggi comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”. Erano loro i partner privilegiati di Bruxelles per «controllare le frontiere» nel Darfur e nel Kordofan. Erano loro a ricevere fuoristrada Toyota, uniformi, radio, corsi di “gestione migratoria” e persino sistemi biometrici per identificare i migranti. Erano sempre loro a massacrare i villaggi e a stuprare in Darfur già nel 2003-2004.
Gli avvertimenti non mancavano. Nel 2017 l’Enough Project intitolò un rapporto “Border Control from Hell” e scrisse nero su bianco: «Le RSF sono tra le formazioni più brutali del pianeta; dare loro soldi e mezzi europei è folle». Amnesty, Human Rights Watch e decine di ONG ripetevano lo stesso monito. Risultato? L’UE sospese per qualche mese alcuni progetti, poi riprese come se niente fosse, limitandosi a scrivere nelle brochure che «le RSF non ricevono direttamente fondi europei». Una foglia di fico.
Quando nell’aprile 2023 le RSF e l’esercito regolare (SAF) del generale al-Burhan hanno iniziato a scannarsi per il potere, gran parte dell’equipaggiamento europeo è finito direttamente sui campi di battaglia: i Toyota bianchi con il logo UE riverniciati di sabbia, i sistemi di comunicazione, i database biometrici usati ora per identificare nemici politici.
Ma non è finita. Accanto ai soldi “puliti” della migrazione, c’è il fiume delle armi europee che arriva in Sudan attraverso la solita triangolazione Golfo-Emirati.
Gli Emirati Arabi negano tutto, ovviamente. Ma le foto, i numeri di serie e le analisi open source non mentono. E gli Stati europei? Continuano a rilasciare licenze di esportazione agli Emirati anche nel 2025, nonostante sappiano perfettamente dove finiscono le armi.
La Position commune europea e la legislazione britannica sono chiarissime: se c’è «chiaro rischio» che le armi finiscano in zone di conflitto o in mano a violatori dei diritti umani, la licenza va negata o revocata. Il Sudan è sotto embargo ONU dal 2004 per il Darfur. Eppure si continua.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Europa ha prima pagato Hemetti perché fermasse i migranti (e lui li fermava sparando), poi ha chiuso gli occhi mentre le sue armi arrivavano allo stesso Hemetti che oggi bombarda Khartum e massacra in Darfur.
È la perfetta fotografia dell’ipocrisia europea in Africa: spendiamo centinaia di milioni per «gestire le migrazioni», ma in realtà finanziamo i macellai che producono i profughi che poi non vogliamo accogliere. E quando i macellai si scannano tra loro, scopriamo che lo fanno anche con le nostre armi.
Nessuno a Bruxelles è stato chiamato a rispondere. Nessuno ha perso il posto. I programmi di esternalizzazione continuano identici in Niger, Libia, Tunisia.
Nel frattempo in Sudan si muore, si scappa, si soffre la fame. E una parte della colpa ha la bandiera blu con le stelle gialle.