
di Giuseppe Gagliano –
L’attacco con droni contro l’aeroporto di Khartoum segna una nuova fase della guerra civile sudanese e dimostra che la capitale resta vulnerabile nonostante la riconquista da parte dell’esercito. Il raid arriva dopo mesi in cui il governo militare aveva cercato di presentare Khartoum come una città tornata governabile, simbolo di una lenta normalizzazione dopo due anni di conflitto devastante.
La riapertura dell’aeroporto internazionale ai primi voli dopo tre anni era stata interpretata come il segnale più evidente del ritorno dello Stato nella capitale. Ministeri, agenzie internazionali e parte della popolazione avevano iniziato a rientrare dopo che l’esercito aveva ripreso il controllo della città nel marzo 2025. L’attacco ha però distrutto questa narrativa, mostrando che le Forze di Supporto Rapido conservano la capacità di colpire infrastrutture strategiche, creare panico e sabotare la ricostruzione istituzionale.
In guerra un aeroporto non rappresenta soltanto un’infrastruttura logistica. È un simbolo di sovranità e di controllo politico. Colpirlo significa dimostrare che la capitale non è ancora sicura e che il ritorno alla normalità resta fragile.
Il conflitto sudanese conferma anche il ruolo centrale dei droni nelle guerre contemporanee. Armi relativamente economiche ma altamente destabilizzanti permettono di colpire obiettivi simbolici senza dover conquistare militarmente una città. Secondo testimonianze locali, gli attacchi avrebbero interessato anche Omdurman, al Obeid e Kenana. In uno dei raid sarebbero morte cinque persone a bordo di un autobus civile nel sud di Omdurman. Un altro attacco avrebbe colpito familiari di Abu Agla Keikal, leader tribale passato dalle RSF al fronte dell’esercito.
Gli attacchi sembrano avere un duplice obiettivo: impedire all’esercito di consolidare l’immagine di garante della stabilità e colpire le alleanze tribali e militari che sostengono il governo. La guerra dei droni diventa così insieme guerra militare, psicologica e politica. Il messaggio rivolto ai civili è chiaro: nessun luogo è davvero sicuro. Agli alleati dell’esercito viene invece ricordato che disertare può avere conseguenze pesanti.
Il contesto politico rende questi raid ancora più significativi. Nei giorni precedenti l’esercito aveva accolto al Nour al Guba, comandante delle RSF passato con i suoi uomini alle forze regolari. La defezione seguiva quella di Abu Agla Keikal, altro influente leader tribale. In Sudan i cambi di schieramento non sono semplici svolte militari, ma indicano rapporti di forza, accesso alle risorse e capacità di garantire protezione. Allo stesso tempo aumentano tensioni e rivalità interne tra milizie e clan.
L’esercito sudanese ha bisogno di queste alleanze per mantenere il controllo del territorio, ma più amplia la coalizione più rischia di ritrovarsi a governare un mosaico fragile di interessi divergenti. Le RSF possono sfruttare proprio questa fragilità colpendo disertori, reti locali e infrastrutture simboliche.
Intanto il Sudan continua a vivere quella che le Nazioni Unite definiscono la peggiore crisi umanitaria al mondo. La guerra ha provocato centinaia di migliaia di morti tra violenze, fame e malattie e costretto milioni di persone alla fuga. Eppure il conflitto resta ai margini dell’attenzione internazionale nonostante il Paese occupi una posizione strategica tra Nord Africa, Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso.
La destabilizzazione sudanese alimenta flussi migratori, traffici illegali, reti mercenarie e competizione tra potenze regionali. Il Sudan interessa direttamente Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Russia, Stati Uniti e Unione Europea per ragioni militari, energetiche e geopolitiche. Il controllo del Mar Rosso, delle rotte commerciali e delle risorse minerarie, soprattutto l’oro, rende il conflitto ancora più difficile da risolvere.
Sul piano economico il Paese è ormai devastato. Infrastrutture distrutte, commercio paralizzato, produzione agricola compromessa e sistema bancario indebolito stanno trasformando il Sudan in un’economia di guerra permanente. La riapertura dell’aeroporto di Khartoum avrebbe potuto rappresentare un primo passo verso la ripresa, ma i nuovi attacchi rischiano di bloccare il ritorno delle agenzie internazionali, degli investimenti e degli scambi commerciali.
Dal punto di vista militare le RSF potrebbero aver perso il controllo diretto della capitale, ma non sono state neutralizzate. Il conflitto sembra entrare in una fase diversa, fatta di attacchi mirati, sabotaggi, guerra a distanza e pressione psicologica. La battaglia non è più soltanto per conquistare Khartoum, ma per impedire che torni a essere una capitale funzionante.
Parallelamente continua anche la guerra dell’informazione. Organizzazioni giornalistiche sudanesi denunciano omicidi, arresti, minacce e censura sistematica. Secondo il Sudan Media Forum dall’inizio del conflitto sarebbero stati uccisi 34 giornalisti e documentate circa 680 violazioni contro la stampa. In una guerra civile il controllo del racconto diventa cruciale quanto quello del territorio.
L’attacco all’aeroporto di Khartoum dimostra quindi che la guerra sudanese è lontana dalla conclusione. La capitale può essere riconquistata militarmente, ma resta esposta a droni, infiltrazioni e sabotaggi. Il conflitto continua a dissolvere lo Stato mentre la popolazione tenta di sopravvivere tra bombardamenti, fame e collasso economico. Khartoum prova a riaprire le proprie porte al mondo, ma i droni ricordano che nessuna normalità è ancora possibile.











