Sudan. Le forze di Dagalo attaccano con droni Port Sudan

di Giuseppe Gagliano

Il conflitto sudanese, dopo due anni di logoramento, fratture etniche e guerre urbane, si avvicina a una soglia pericolosa: le Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohamed Amdan Dagalo (Hemeti) hanno attaccato la città portuale di Port Sudan, finora rimasta al riparo dai combattimenti. Un attacco con droni, secondo quanto dichiarato dall’esercito, che ha colpito una base aerea militare e infrastrutture nei pressi dell’aeroporto civile, sancendo l’ingresso della guerra nella parte orientale del Paese.
Port Sudan non è un obiettivo qualunque. È il cuore pulsante dell’accesso commerciale del Sudan, il rifugio dell’apparato governativo in esilio da Khartoum e l’ultima grande città sotto il controllo effettivo dell’esercito. Colpirla significa non solo portare la guerra oltre il Nilo, ma lanciare un messaggio strategico: nessun territorio è più intoccabile.
Le RSF, da mesi padrone del Darfur e di ampie zone dell’ovest, avevano concentrato la loro pressione su centrali elettriche e infrastrutture civili nel nord e nel centro, cercando di piegare il nemico con l’arma della destabilizzazione. Ma ora il passo è cambiato: non più incursioni per logorare, ma attacchi simbolici e diretti alle strutture vitali del potere avversario del presidente Abdel Fattah Abdelrahman Burhan.
La risposta dell’esercito è stata immediata: rafforzamento della sicurezza e militarizzazione degli snodi strategici. Ma la realtà è che lo Stato maggiore resta sotto pressione, reduce da mesi di fallimenti tattici, da una capitale perduta e da una popolazione sfollata a milioni. Il Sudan si divide ormai in due entità rivali, armate, devastate, incapaci di parlarsi e disposte a negoziare solo sotto la minaccia dell’implosione.
A marzo l’esercito era riuscito a strappare alle RSF alcune posizioni a Khartoum, ma Omdurman e il Darfur restano saldamente in mano ai paramilitari. L’offensiva a Port Sudan potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase del conflitto, in cui l’est rimasto fino a oggi relativamente intatto si trasforma in nuovo fronte.
In un Paese già stremato dalla fame, dall’isolamento internazionale e dal collasso delle istituzioni, l’attacco a Port Sudan suona come un presagio: nessuna città è al sicuro, nessun potere è consolidato, nessuna tregua è all’orizzonte.