
di Giuseppe Gagliano –
Il rapporto dell’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite sull’attacco delle Rapid Support Forces al campo di Zamzam non aggiunge una nuova tragedia alla guerra sudanese. Ne certifica una più profonda: la trasformazione della violenza di massa in prassi consolidata. Oltre mille civili uccisi in tre giorni, esecuzioni sommarie, stupri sistematici, schiavitù sessuale, distruzione deliberata di scuole e strutture sanitarie. Non un eccesso, non una deriva momentanea, ma un modello operativo coerente, ripetuto e affinato.
Zamzam non era un obiettivo militare. Era il più grande campo per sfollati del Sudan, nato per proteggere vittime di precedenti campagne di pulizia etnica. Il fatto che sia diventato il teatro di un massacro di tali proporzioni dice molto sulla natura del conflitto: la guerra non è più per il controllo dello Stato, ma per la riorganizzazione violenta del territorio e delle popolazioni.
Dal punto di vista militare, l’offensiva delle RSF nel Darfur settentrionale e la presa di el-Fasher rappresentano una vittoria strategica decisiva. Espellere l’esercito dall’ultimo caposaldo nella regione significa assicurarsi profondità territoriale, linee di rifornimento e libertà di manovra. Ma il metodo conta quanto il risultato. Le RSF non combattono solo le forze armate rivali: neutralizzano la popolazione come possibile retrovia ostile, colpendo civili in fuga, campi profughi, ospedali, asili, infrastrutture elettriche.
L’uso sistematico dei droni, gli attacchi multipli contro i soccorritori, la distruzione delle prove tramite sepoltura e combustione dei corpi indicano un’evoluzione tattica. Non siamo di fronte a milizie irregolari allo sbando, ma a una forza che apprende, sperimenta e consolida tecniche di controllo del territorio attraverso il terrore. In questo senso, il Darfur diventa un laboratorio di guerra asimmetrica ad alta intensità contro la società civile.
Scenari economici: guerra, risorse e carestia come arma
Il conflitto si sta spostando verso il Sud e gli Stati del Kordofan, aree ricche di petrolio. Non è una coincidenza. Il controllo delle risorse energetiche è una delle chiavi della guerra lunga sudanese. Le RSF hanno dimostrato di saper usare l’assedio economico come arma: mesi di blocco di cibo e beni essenziali a Zamzam hanno preparato il terreno al massacro. La carestia non è un effetto collaterale, ma uno strumento deliberato di sottomissione.
Il collasso delle infrastrutture sanitarie, con il 30 per cento delle strutture fuori uso, e la diffusione di colera e dengue sono parte di questa dinamica. Distruggere la capacità di sopravvivenza delle comunità significa ridurre la resistenza futura. È una strategia che converte la crisi umanitaria in vantaggio militare.
Sul piano geopolitico, il Sudan è ostaggio di una mediazione frammentata. Stati Uniti e Arabia Saudita guidano gli sforzi diplomatici insieme a Egitto ed Emirati Arabi Uniti, ma proprio questi ultimi sono accusati di sostenere le RSF. Il risultato è una negoziazione percepita come parziale, se non apertamente ostile, dal campo governativo. Non a caso, il generale al-Burhan ha respinto proposte di cessate il fuoco giudicate sbilanciate.
L’Egitto teme la disgregazione del Sudan e pone linee rosse contro la creazione di entità parallele, mentre le RSF hanno già annunciato un governo alternativo nel Darfur, evocando una seconda spartizione dopo quella del Sud Sudan nel 2011. La comunità internazionale parla di unità territoriale, ma nei fatti tollera la nascita di poteri de facto armati, purché funzionali a equilibri regionali più ampi.
Le parole dell’Alto commissario Volker Turk e del segretario generale Guterres richiamano responsabilità, crimini di guerra, obblighi giuridici. Ma sul terreno nulla cambia. Le RSF annunciano indagini interne mentre consolidano il controllo, negano la matrice etnica delle violenze mentre i dati raccontano altro. L’impunità non è un fallimento del sistema internazionale: è la sua condizione operativa quando gli interessi strategici superano la tutela dei civili.
Con oltre 14 milioni di sfollati, decine di migliaia di morti e una crisi umanitaria senza precedenti, il Sudan non è più solo un Paese in guerra. È uno spazio che si svuota di popolazione, di istituzioni e di futuro. Zamzam non è un episodio isolato, ma un avvertimento: quando i campi profughi diventano bersagli legittimi, la distinzione tra guerra e sterminio si assottiglia pericolosamente.
Il rischio non è solo che il Sudan venga diviso. È che venga normalizzato come teatro di atrocità permanenti, gestite, negoziate e infine accettate. In quel momento, la guerra non chiede più di essere risolta: chiede solo di essere amministrata.











