Svezia. Assange denuncia il Premio Nobel per la Pace: Machado favorevole alle guerre

di Giuseppe Gagliano

Julian Assange è tornato sulla scena pubblica senza chiedere indulgenze né riabilitazioni simboliche. Dopo anni di detenzione nel Regno Unito, trascorsi nell’indifferenza di gran parte dell’informazione occidentale, il fondatore di WikiLeaks riemerge con un atto che ne conferma la natura e il metodo: una denuncia formale, depositata in Svezia, contro la Fondazione Nobel. Si tratta di un’iniziativa giudiziaria che mette in discussione uno dei pilastri morali dell’Occidente contemporaneo.
La denuncia è stata presentata simultaneamente all’Autorità svedese per i crimini economici e all’Unità per i crimini di guerra. I soggetti indicati sono trenta, tutti legati alla Fondazione Nobel, inclusi i suoi vertici. Le accuse sono gravi: appropriazione indebita aggravata di fondi, facilitazione di crimini di guerra e contro l’umanità, finanziamento del crimine di aggressione. Il punto non è solo giuridico, ma profondamente politico e simbolico.
Al centro della contestazione vi è l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado, figura di spicco dell’opposizione venezuelana. Secondo Assange, questa scelta rappresenta una violazione diretta del testamento di Alfred Nobel, che destinava il premio a chi avesse contribuito alla fratellanza tra i popoli, alla riduzione degli eserciti permanenti e alla pace. Qui, sostiene la denuncia, accade l’esatto contrario.
Machado non è accusata di posizioni ambigue o di dichiarazioni isolate, ma di una linea politica coerente e documentata. Nel 2014, davanti al Congresso degli Stati Uniti, affermò che l’unica strada rimasta per il Venezuela fosse l’uso della forza. Negli anni successivi ha continuato a invocare un intervento militare straniero, arrivando nel 2025 a sostenere apertamente che gli Stati Uniti potrebbero dover intervenire direttamente. Per Assange, questa reiterazione configura un comportamento incompatibile con qualsiasi nozione di pace.
Un secondo elemento riguarda la legittimazione politica di operazioni militari altrui. Dopo l’assegnazione del Nobel, Machado ha espresso apprezzamento per la conduzione della guerra a Gaza da parte del governo israeliano. La denuncia non entra nel merito ideologico, ma richiama un principio giuridico: sostenere pubblicamente azioni militari già oggetto di accuse internazionali equivale a fornire copertura morale e politica a possibili crimini di guerra.
In questo quadro, il Nobel non appare come un riconoscimento finale, ma come uno strumento operativo. Secondo Assange, Machado avrebbe utilizzato l’autorevolezza del premio come scudo reputazionale, rafforzando la narrativa dell’intervento armato e rendendo politicamente più accettabile l’ipotesi di una guerra. Il premio per la pace diventa così, nella sua lettura, un moltiplicatore di legittimità per la violenza.
La denuncia collega inoltre Machado alla strategia statunitense di cambio di regime in Venezuela. L’allineamento con la linea dell’amministrazione Trump è esplicito: Caracas viene descritta come una struttura criminale da abbattere, non come un interlocutore politico. In questo contesto si inseriscono anche le dichiarazioni in cui Machado ha promesso di aprire le risorse e le aziende venezuelane agli Stati Uniti. Un passaggio che, nella ricostruzione di Assange, rafforza la natura geopolitica e non umanitaria dell’operazione.
Il nodo giuridico più delicato è quello del concorso morale nel crimine di aggressione. Assange non accusa Machado di aver condotto una guerra, ma di aver contribuito a crearne le condizioni politiche, mediatiche e morali. Nel diritto internazionale, questa distinzione è tutt’altro che irrilevante. Da qui la richiesta di congelare gli 11 milioni di corone svedesi legati al premio e di ritirare la medaglia.
La reazione del sistema è, ancora una volta, il silenzio. Come durante gli anni di detenzione di Assange, anche oggi la sua denuncia viene marginalizzata. Perché non mette in discussione solo una figura politica, ma un intero meccanismo di legittimazione: quello che trasforma la pace in un marchio, i premi in strumenti di potere, la morale in arma geopolitica.
Assange non propone un’alternativa ideologica. Fa ciò che ha sempre fatto: mostra i fatti, collega le dichiarazioni, mette in fila i documenti. E pone una domanda scomoda ma centrale: può essere simbolo universale della pace chi invoca bombardamenti, invasioni e interventi armati? La risposta, per lui, è evidente. Ed è proprio per questo che continua a disturbare.