Svezia. Il Sipri: vendita di armi, 679 miliardi di dollari di ricavi complessivi nel 2024

di Giuseppe Gagliano

Il SIPRI, l’Istituto internazionale di Ricerca sulla pace, non usa giri di parole: il 2024 è stato l’anno più redditizio di sempre per i cento maggiori produttori mondiali di armi e servizi militari. 679 miliardi di dollari di ricavi complessivi, +5,9 per cento rispetto al 2023, +26 per cento rispetto al 2015. Un record assoluto dal 1989, anno in cui l’istituto svedese ha iniziato a raccogliere questi dati. «Le guerre in Ucraina e a Gaza, unite alle tensioni geopolitiche globali e all’aumento delle spese militari nazionali, hanno alimentato una crescita senza precedenti», scrive il SIPRI nel rapporto pubblicato il 1° dicembre.
Gli Stati Uniti restano il gigante inarrivabile: 39 aziende nella Top 100, 334 miliardi di ricavi complessivi (+3,8 per cento). Trenta di loro hanno chiuso in positivo. Lockheed Martin, RTX (ex Raytheon), Northrop Grumman, General Dynamics e Boeing occupano le prime cinque posizioni mondiali, incassando da soli 215 miliardi. Il SIPRI sottolinea però che dietro i bilanci stellari si nascondono i soliti problemi strutturali: l’F-35 continua a sforare budget e tempi di consegna (costo unitario ormai oltre i 100 milioni di dollari), i sottomarini classe Columbia e Virginia accumulano anni di ritardo, il missile balistico intercontinentale Sentinel è già fuori controllo. Eppure il Pentagono non può fare a meno di ordinare. Per la prima volta entra nella lista SpaceX di Elon Musk: 1,8 miliardi di ricavi militari, più che raddoppiati, grazie a lanci di satelliti spia e droni kamikaze.
L’Europa (26 aziende, esclusa la Russia) è la vera sorpresa: +13 per cento a 151 miliardi. Ventitré aziende su ventisei hanno aumentato i fatturati. Il SIPRI parla di «boom europeo» alimentato dalla paura della Russia e dalla necessità di rifornire Kiev. La cecoslovacca Czechoslovak Group registra il balzo più spettacolare della classifica: +193 per cento a 3,6 miliardi, grazie alla produzione di proiettili di artiglieria da 155 mm per l’Ucraina. Anche l’industria ucraina, nonostante la guerra sul proprio territorio, cresce del 41 per cento a 3 miliardi con la JSC Ukrainian Defense Industry. La Germania vola a 14,9 miliardi (+36 per cento), trainata da Rheinmetall e Hensoldt. Il SIPRI avverte però che l’espansione delle linee produttive europee rischia di scontrarsi con la dipendenza da minerali critici (litio, cobalto, terre rare), di cui la Cina controlla l’80 per cento della raffinazione globale e sta già restringendo le esportazioni.
La Russia, nonostante le sanzioni occidentali, tiene: le due sole aziende presenti (Rostec e United Shipbuilding Corporation) crescono del 23 per cento a 31,2 miliardi. Il SIPRI nota che la domanda interna ha compensato il crollo delle esportazioni: «L’industria russa si è rivelata più resiliente del previsto», scrive Diego Lopes da Silva. Produzione spostata su turni 24 ore su 24, uso massiccio di componenti cinesi e iraniani, reclutamento forzoso di operai: tutto pur di mantenere i ritmi.
In Asia e Oceania si registra l’unico calo regionale: -1,2 per cento a 130 miliardi. Colpa della Cina: le otto aziende nella lista perdono complessivamente il 10 per cento, con NORINCO che crolla del 31 per cento. Il SIPRI attribuisce il tracollo a una serie di scandali di corruzione negli appalti militari che hanno bloccato o cancellato contratti chiave. «Aumenta l’incertezza sulla modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione», commenta Nan Tian. Giappone e Corea del Sud invece corrono: +40 per cento a 13,3 miliardi i giapponesi, +31 per cento a 14,1 miliardi i coreani. Hanwha Group segna +42 per cento, di cui oltre la metà da esportazioni.
Il Medio Oriente entra con prepotenza: per la prima volta nove aziende nella Top 100, 31 miliardi complessivi (+14 per cento). Israele domina: Elbit Systems (6,28 miliardi), Israel Aerospace Industries (5,19 miliardi) e Rafael Advanced Defense Systems (4,7 miliardi) crescono del 16 per cento a 16,2 miliardi complessivi, proprio mentre la guerra a Gaza ha già ucciso quasi 70.000 palestinesi. Il SIPRI osserva che la domanda internazionale di droni e sistemi anti-drone israeliani è esplosa. Rafael ringrazia soprattutto l’Iran: dopo gli attacchi missilistici di aprile e ottobre 2024, i suoi sistemi di difesa aerea (Iron Dome, David’s Sling, Arrow) hanno raggiunto «livelli di ordini senza precedenti».
La Turchia segna un altro record: cinque aziende, 10,1 miliardi (+11 per cento). Baykar, il produttore dei droni Bayraktar TB2 venduti anche all’Ucraina, realizza il 95 per cento dei suoi 1,9 miliardi dalle esportazioni.
Il SIPRI conclude con un avvertimento che suona quasi come un paradosso: le aziende stanno investendo miliardi in nuove fabbriche, fusioni, acquisizioni, espansione di capacità produttive. . Tradotto: il boom può durare finché ci sono guerre, paura e soldi pubblici da spendere. Quando uno di questi tre ingredienti verrà a mancare, il castello di carte rischia di crollare.
Nel frattempo, i 679 miliardi del 2024 sono già storia. E il 2025, tra Ucraina che non molla, Gaza che brucia e Taiwan che trema, promette di fare ancora meglio. Per i bilanci delle aziende, ovviamente. Non per il resto del mondo.