Svizzera. La stretta sulla privacy digitale apre il confronto tra sicurezza e libertà

di Giuseppe Gagliano –

La Svizzera, da sempre considerata un punto di riferimento per la tutela della riservatezza, potrebbe cambiare profondamente il proprio approccio alla privacy digitale. La revisione dell’Ordinanza sulla sorveglianza della corrispondenza postale e delle telecomunicazioni punta infatti ad ampliare gli obblighi oggi previsti per gli operatori telefonici anche ai servizi di posta elettronica, messaggistica, archiviazione cloud e reti private virtuali, aprendo un acceso dibattito tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti individuali.
Il progetto prevede che le piattaforme con oltre 5mila utenti vengano tenute a identificare i propri clienti, conservare specifici dati tecnici e metterli a disposizione delle autorità in presenza di richieste autorizzate dalla legge. Il punto più controverso riguarda l’obbligo di raccogliere informazioni che molti fornitori, per scelta, oggi non possiedono. Servizi progettati per garantire l’anonimato dovrebbero verificare l’identità degli utenti e conservare metadati e indirizzi di collegamento per diversi mesi.
Il governo svizzero ha chiarito che la riforma non impone di compromettere la cifratura end to end, poiché l’eventuale obbligo di accesso riguarderebbe soltanto i sistemi di crittografia controllati direttamente dai fornitori e non quelli nei quali neppure l’azienda dispone delle chiavi di decifratura. Tuttavia, anche senza accedere al contenuto delle comunicazioni, la raccolta di metadati consentirebbe di ricostruire reti di relazioni, abitudini e contatti personali, con possibili implicazioni per giornalisti, avvocati, medici e altre categorie che operano nel rispetto della riservatezza professionale.
Le autorità giustificano la riforma con la necessità di contrastare terrorismo, criminalità organizzata e cybercriminalità, che sempre più spesso utilizzano servizi protetti per sottrarsi alle indagini. I critici osservano però che la creazione di grandi archivi di dati identificativi potrebbe generare nuove vulnerabilità, rendendo queste banche dati obiettivi di particolare interesse per criminali informatici e servizi di intelligence stranieri, mentre i soggetti più organizzati potrebbero continuare a utilizzare strumenti alternativi e difficilmente tracciabili.
Anche le conseguenze economiche preoccupano il settore tecnologico. La reputazione della Svizzera come Paese favorevole alla tutela della privacy ha favorito negli anni la crescita di aziende specializzate nella sicurezza digitale. Secondo diverse imprese, tra cui Proton, obblighi di identificazione così estesi rischierebbero di ridurre la competitività del settore e di spingere investimenti e attività verso ordinamenti ritenuti più favorevoli.
Le forti critiche provenienti dal mondo politico, economico e dalla società civile hanno indotto il Consiglio federale a sospendere l’iter della riforma. Dopo la consultazione pubblica conclusa nel maggio 2025, l’11 febbraio 2026 il governo ha disposto una nuova valutazione degli effetti economici e normativi, annunciando una seconda fase di consultazione prima di assumere decisioni definitive.
La riforma non è quindi entrata in vigore, ma il dibattito evidenzia un cambiamento significativo nel modo in cui viene interpretato l’anonimato digitale. La sfida per la Svizzera sarà trovare un equilibrio tra l’efficacia delle indagini e la tutela della riservatezza, evitando che il rafforzamento degli strumenti di controllo comprometta uno dei principi che hanno contribuito a costruire la sua reputazione internazionale.