Taiwan. Il blocco invisibile: cavi, rotte e isolamento nella pressione cinese

di Daniele Di Vuono

Il blocco di Taiwan non deve necessariamente cominciare con una flotta schierata davanti ai porti dell’isola. Può prendere forma prima, in modo più discreto: in un permesso di sorvolo revocato, in un cavo sottomarino danneggiato, in una visita diplomatica resa più difficile, in una rotta che diventa improvvisamente problematica. La pressione cinese su Taipei non mira soltanto a preparare un eventuale conflitto militare. Mira anche a restringere, un pezzo alla volta, lo spazio vitale dell’isola.
È qui che la questione taiwanese entra in una fase più complessa. La domanda non è soltanto se Pechino tenterà un giorno di imporre un blocco navale o militare attorno a Taiwan. La domanda è se una parte di quel blocco non stia già prendendo forma, in modo frammentato e reversibile, attraverso strumenti che restano sotto la soglia della guerra aperta. Lo spazio aereo, i cavi sottomarini, le rotte diplomatiche, le comunicazioni, il riconoscimento internazionale: tutto può diventare terreno di pressione.
Il caso del viaggio del presidente taiwanese Lai Ching-te in Eswatini è indicativo. Il capo dello Stato avrebbe dovuto recarsi nel piccolo regno africano, l’unico Paese africano che mantiene relazioni diplomatiche formali con Taipei. La missione, però, è stata inizialmente cancellata dopo che Seychelles, Mauritius e Madagascar hanno revocato i permessi di sorvolo al suo aereo. Taiwan ha attribuito la decisione alla pressione esercitata dalla Cina. Pechino ha respinto le accuse di coercizione, ma ha allo stesso tempo elogiato i Paesi che avevano negato il passaggio.
Non si tratta di un dettaglio protocollare. In diplomazia, una rotta aerea non è mai soltanto una questione tecnica. È un corridoio di legittimità. Se un presidente non può attraversare determinati spazi aerei, non è soltanto il suo viaggio a essere ostacolato: è il suo rango politico a essere contestato. Taiwan non viene colpita militarmente, ma viene trattata come una presenza da restringere, deviare, rendere problematica.
Lai è poi arrivato in Eswatini con una visita non annunciata, segno che Taipei non intende accettare passivamente questo tipo di pressione. Ma proprio la necessità di ricorrere a una soluzione più discreta mostra la natura del problema. Pechino non deve necessariamente impedire ogni contatto internazionale di Taiwan. Le basta renderlo più difficile, più costoso, più incerto. Ogni passaggio negato, ogni autorizzazione revocata, ogni visita trasformata in caso diplomatico contribuisce a produrre un effetto più ampio: far apparire Taiwan come un attore sempre meno libero di muoversi nel sistema internazionale.
È una forma di isolamento che non ha bisogno di dichiararsi tale. Taiwan conserva relazioni economiche intense, rapporti politici informali, legami tecnologici fondamentali con molte democrazie. Ma sul piano diplomatico formale il suo spazio è estremamente ristretto. Gli Stati che la riconoscono ufficialmente sono ormai dodici. La maggior parte dei Paesi intrattiene rapporti con Pechino e, almeno formalmente, evita di riconoscere Taiwan come soggetto statuale autonomo.
Questa asimmetria è il cuore della strategia cinese. Pechino non può impedire a Taiwan di esistere come società, economia e democrazia. Può però lavorare per restringerne il campo d’azione internazionale. Può rendere ogni visita presidenziale un problema. Può spingere i Paesi terzi a considerare il rapporto con Taipei come un costo nei rapporti con la Cina. Può trasformare la sovranità taiwanese in una questione costantemente contestata, non solo sul piano militare, ma anche su quello diplomatico e amministrativo.
In questo senso, il blocco non è soltanto una questione navale. L’immagine classica è quella di una flotta che circonda un’isola, controlla i porti, interrompe le rotte commerciali e costringe il governo avversario alla resa. Ma nel XXI secolo un’isola può essere stretta anche in altro modo. Può essere compressa nei cieli, nelle reti, nei cavi, nei sistemi di autorizzazione, nei tavoli diplomatici da cui viene esclusa.
La vulnerabilità dei cavi sottomarini mostra l’altra faccia dello stesso problema. Taiwan dipende da infrastrutture che la collegano fisicamente e digitalmente al mondo. Il caso di Dongyin, nelle isole Matsu, lo ha ricordato con chiarezza: dopo la rottura di un cavo sottomarino, Taipei ha dovuto attivare sistemi di comunicazione di riserva per garantire voce, dati e servizi internet. In quel caso, secondo le ricostruzioni disponibili, la rottura sarebbe stata causata dallo spostamento di un relitto in seguito al maltempo. Ma l’episodio resta significativo perché rivela quanto il confine contemporaneo passi ormai anche sotto il mare.
Il punto non è attribuire automaticamente ogni danno alla volontà cinese. Sarebbe una forzatura. Il punto è che, in un contesto di pressione costante, ogni vulnerabilità infrastrutturale diventa anche una vulnerabilità strategica. Un cavo può rompersi per cause accidentali. Una nave può danneggiarlo senza un ordine politico. Una crisi può nascere da un incidente. Ma quando un territorio vive già sotto pressione militare, diplomatica e psicologica, anche l’accidente assume un significato diverso: mostra dove il sistema è esposto.
Nel 2023, due cavi che collegavano le isole Matsu furono tagliati, causando un’interruzione di Internet. Le autorità taiwanesi indicarono il coinvolgimento di due navi cinesi, pur precisando di non avere prove di un sabotaggio deliberato. Anche quella cautela è importante. Ma è proprio la zona grigia dell’attribuzione a rendere questi episodi così delicati. Se non si può dimostrare l’intenzione ostile, la risposta politica diventa più difficile. Se il danno è grave ma ambiguo, l’avversario può ottenere un effetto strategico senza assumersi il costo di un’aggressione esplicita.
La pressione cinese su Taiwan non funziona solo quando colpisce direttamente. Funziona anche quando costringe Taipei a proteggersi in permanenza, a predisporre alternative, a moltiplicare le misure di sicurezza, a difendere cavi, rotte, aeroporti, porti, isole esterne, comunicazioni e relazioni diplomatiche. La sicurezza taiwanese non viene messa alla prova soltanto nel momento dello scontro. Viene consumata nella necessità continua di prepararsi a uno scontro che potrebbe non arrivare mai nella forma attesa.
Il blocco, allora, cambia forma. Non è più soltanto l’atto finale di una crisi militare. Può diventare una condizione progressiva, una pressione cumulativa, una normalità alterata. Taiwan continua a commerciare, comunicare, viaggiare e intrattenere rapporti internazionali, ma dentro uno spazio che Pechino cerca di rendere sempre più condizionato. La Cina non deve chiudere tutto: le basta dimostrare di poter interferire con molto.
C’è anche una dimensione psicologica. Una società insulare vive della continuità con l’esterno. Le rotte aeree, i cavi sottomarini, i flussi commerciali e i rapporti diplomatici non sono soltanto infrastrutture: sono la prova quotidiana che l’isola non è isolata. Per questo ogni interferenza ha un valore che supera il singolo episodio. Comunica ai cittadini taiwanesi che il collegamento con il mondo non è garantito. Comunica agli alleati che sostenere Taiwan può produrre attriti. Comunica ai Paesi indecisi che riconoscere o anche solo facilitare Taipei può diventare un problema nei rapporti con Pechino.
La forza di questa strategia sta nella sua gradualità. Un blocco dichiarato obbligherebbe gli Stati Uniti, il Giappone e gli altri attori regionali a prendere posizione in modo più netto. Una pressione frammentata, invece, consente a Pechino di agire in modo meno frontale. Ogni episodio può essere ridimensionato, spiegato, negato, separato dagli altri. Ma messi insieme, questi episodi disegnano una traiettoria: ridurre lo spazio di manovra di Taiwan prima ancora di decidere se colpirla militarmente.
È qui che la crisi taiwanese diventa una questione globale. Taiwan non è importante solo perché si trova al centro della competizione tra Cina e Stati Uniti. È importante perché mostra come può cambiare il concetto stesso di coercizione internazionale. Nel mondo contemporaneo, una potenza non deve sempre conquistare un territorio per limitarne la sovranità. Può agire sui suoi collegamenti. Può renderne difficile la rappresentanza. Può trasformare la libertà di movimento in un permesso negoziabile.
Per Taipei, la risposta non può essere soltanto militare. Rafforzare la difesa resta indispensabile, ma non basta. Servono ridondanza nelle comunicazioni, rotte alternative, maggiore resilienza digitale, rapporti diplomatici informali più robusti, capacità di rendere pubblica la pressione subita senza apparire dipendenti dalla protezione altrui. La sfida è evitare che Taiwan venga separata dal mondo senza che nessuno possa indicare il momento esatto in cui l’isolamento è cominciato.
Per Pechino, al contrario, proprio questa ambiguità è utile. Un blocco aperto sarebbe un salto rischioso. Un blocco progressivo, distribuito su molti livelli, permette di logorare Taiwan senza assumersi immediatamente il costo di una guerra. La pressione sulle rotte, sui cavi e sui riconoscimenti diplomatici diventa così parte di una strategia più ampia: non solo preparare un eventuale conflitto, ma modificare già ora le condizioni politiche entro cui quel conflitto potrebbe un giorno maturare.
La crisi tra Cina e Taiwan, quindi, non va osservata solo nei cieli attraversati dai caccia o nelle acque pattugliate dalle flotte. Va osservata anche nei luoghi meno visibili: un permesso di sorvolo revocato, un cavo sottomarino danneggiato, una visita diplomatica rinviata, un Paese alleato rimasto quasi solo in una regione. Sono dettagli apparentemente minori, ma indicano una trasformazione più profonda.
Taiwan non rischia soltanto di essere attaccata. Rischia di essere progressivamente circondata da una rete di impedimenti che rendono più fragile il suo rapporto con il mondo. E forse è proprio questa la forma più insidiosa della pressione cinese: un blocco che non ha bisogno di cominciare ufficialmente, perché può avanzare un pezzo alla volta, finché il confine tra normalità e coercizione diventa sempre più difficile da riconoscere.