
di Giuseppe Lai –
È di alcuni giorni fa la firma di un importante accordo commerciale tra gli Stati Uniti e Taiwan che riduce i dazi sui prodotti taiwanesi esportati negli Stati Uniti dal 20 al 15%. Come contropartita di tale alleggerimento tariffario, le aziende taiwanesi dei microchip hanno sottoscritto l’impegno ad aumentare in modo significativo gli investimenti sul suolo americano, al fine di incrementare la produzione statunitense di semiconduttori, energia e intelligenza artificiale. In pratica, una sorta di delocalizzazione industriale che, secondo Howard Lutnick, segretario al Commercio americano, sarebbe in grado di far approdare negli Stati Uniti il 40 per cento della supply chain e della produzione di semiconduttori di Taiwan.
A prima vista l’intesa raggiunta sembra riguardare solo aspetti economici, ma a ben vedere l’accordo va ben oltre un ordinario interscambio commerciale. Se per gli Stati Uniti è un ulteriore tassello della strategia per ridurre la dipendenza tecnologica dall’Asia orientale e, in primis, per tenere Pechino distante dalle parti più sensibili della filiera dei semiconduttori, l’impegno finanziario di circa 250 miliardi di dollari in investimenti diretti firmato da Taiwan rappresenta per l’isola una questione di sicurezza nazionale.
Ciò è reso evidente dalle parole del segretario americano al Commercio Lutnick, il quale ha dichiarato che per Taipei è fondamentale “rendere felice” Donald Trump, perché è lui la chiave per la protezione dell’isola. Tradotto: più semiconduttori in America, più garanzie politiche e militari per Taiwan.
Dal canto suo Taiwan vede nell’intesa un rafforzamento delle relazioni con Washington in termini di maggiore sicurezza, in una fase in cui la pressione cinese sull’isola non accenna a diminuire. Secondo fonti taiwanesi, da gennaio a settembre 2025 Taipei ha registrato più di 4.000 incursioni cinesi nel proprio spazio aereo, ponendo la difesa aerea taiwanese in uno stato di continua allerta e creando le premesse di un possibile disastro.
A ciò si aggiungono le esercitazioni militari cinesi nello Stretto di Taiwan, che proseguiranno nell’anno in corso. In tale contesto, la strategia difensiva di Taipei nel 2025 si è concentrata sull’incremento delle spese militari, finalizzate all’implementazione del sistema di difesa aerea ad alta capacità di rilevamento e intercettazione, il cosiddetto “Taiwan Dome”, un apparato che, tuttavia, non è in grado di colmare i limiti strutturali delle forze armate locali.
Gli analisti, infatti, sono concordi nel ritenere che il numero minimo di soldati necessario a Taipei per respingere (temporaneamente) lo sbarco di centinaia di migliaia di soldati dell’Esercito cinese sulle coste di Taiwan sia compreso tra le 230.000 e le 250.000 unità. Attualmente il contingente attivo si attesta tra il 25 e il 30% in meno rispetto a tali stime e nei prossimi anni Taipei dovrà probabilmente affrontare una riduzione delle unità per il basso tasso di natalità, la mancanza di incentivi finanziari e i congedi anticipati.
Sul piano militare le criticità non mancano anche sul fronte cinese. Sebbene la Cina possa attaccare e bombardare Taiwan, non dispone di mezzi anfibi sufficienti per trasportare centinaia di migliaia di soldati dell’Esercito popolare di liberazione su un territorio montuoso come quello taiwanese e procedere all’occupazione effettiva del Paese.
Se queste e altre variabili, secondo vari analisti, rendono attualmente incerta un’operazione militare cinese sull’isola, l’accordo USA–Taiwan aggiunge ulteriore instabilità al quadro appena descritto. Pechino ha ribadito ufficialmente di opporsi con fermezza a qualsiasi intesa che tratti Taiwan come un’entità sovrana e in sostanza vede questo accordo come l’ennesima mossa di Washington per consolidare un’alleanza tecnologica, militare e strategica nel suo cortile di casa.
Lo dimostra anche il fatto che, subito dopo l’annuncio ufficiale dell’intesa, Taipei ha confermato che sono in arrivo nuovi accordi per l’acquisto di armi americane. Da parte statunitense, con la riduzione dei dazi, Washington manda un messaggio chiaro: Taiwan è cruciale nel percorso di implementazione della propria architettura tecnologica del futuro, fondata sulla riorganizzazione delle catene del valore attorno alle tecnologie avanzate dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale e dell’energia.
Chi assume il controllo di questi nodi ha in mano una parte enorme del potere economico e strategico globale. La “questione Taiwan” si inserisce dunque a pieno titolo nella competizione tra Cina e Stati Uniti per la governance dell’intera filiera high-tech, dalla produzione del chip alle infrastrutture di calcolo, dalla definizione degli standard alle applicazioni in ambito economico, scientifico e militare.
Le evidenze strategiche di questa contesa sono testimoniate dai progetti che i due attori hanno messo in cantiere lo scorso anno. Il 23 luglio la Casa Bianca ha inaugurato “Winning the Race: America’s AI Action Plan”, un piano per accelerare l’innovazione, edificare nuove infrastrutture e consolidare la leadership nei semiconduttori.
Tre giorni dopo la Cina ha risposto con il “Global AI Governance Action Plan”, incentrato sull’autosufficienza tecnologica e lo sviluppo di hardware nazionali e di modelli open-source guidati dallo Stato.
A prescindere dagli sviluppi futuri dei due progetti in campo, ad oggi nel settore dell’high-tech gli Stati Uniti mantengono il vantaggio nell’ambito della ricerca applicata e nella distribuzione globale delle piattaforme, mentre la Cina eccelle nella velocità di sviluppo e nell’applicazione delle soluzioni su larga scala.
Due piani paralleli e distinti che denotano una sostanziale polarizzazione tecnologica, destinata nel prossimo futuro a lasciare sempre meno spazio ad attori come l’Europa, nonostante i suoi sforzi per colmare il gap strutturale con i grandi competitors.
Ma il Vecchio Continente dovrebbe essere consapevole che tale divario tecnologico con Cina e Stati Uniti si sta ampliando e altre realtà mirano a salire sul terzo gradino del podio. L’Arabia Saudita ha reso pubblico il suo obiettivo di diventare il terzo mercato mondiale dell’IA, grazie a imponenti investimenti, solide reti energetiche, attrazione di competenze e partnership con operatori stranieri.
Il governo indiano ha lanciato il programma “IndiaAI Mission”, finalizzato alla costruzione di un’infrastruttura nazionale dell’IA, una strategia che unisce pubblico e privato per recuperare terreno rispetto alle grandi potenze.











