di Giuseppe Gagliano –
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran innesca un effetto domino che arriva fino al Sud-Est asiatico, dove la Thailandia, storico alleato americano, inizia a ridefinire le proprie priorità strategiche. Bangkok, colpita duramente dalle ricadute economiche del conflitto, guarda sempre più a Cina e Russia mentre cresce il malcontento verso Washington.
Il ministro degli Esteri Sihasak Phuangketkeow ha espresso con chiarezza la posizione del governo thailandese, definendo il conflitto evitabile e sottolineando come le conseguenze economiche ricadano su Paesi che non hanno avuto alcun ruolo nelle decisioni. L’aumento dei prezzi di carburante e fertilizzanti ha messo sotto pressione economie già fragili, senza che dagli Stati Uniti arrivasse un reale sostegno. Secondo Bangkok, l’unica risposta americana è stata proporre forniture energetiche alternative, ignorando il problema dei costi elevati e dell’instabilità delle rotte commerciali.
Nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti si inseriscono altri attori globali. La Thailandia ha avviato contatti con la Russia per garantire forniture di fertilizzanti e valuta l’acquisto di petrolio, nonostante i timori legati alle sanzioni occidentali. Parallelamente, si rafforza il dialogo con la Cina, considerata da Bangkok un partner più prevedibile e pragmatico. L’incontro tra Sihasak e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi segna un ulteriore passo verso un riequilibrio delle relazioni nella regione.
Anche la diplomazia mediorientale entra nel quadro. Durante una missione in Oman, Bangkok ha cercato garanzie sulla sicurezza delle rotte nello Stretto di Hormuz, fondamentale per il commercio energetico globale, ricevendo però segnali poco incoraggianti su una possibile de-escalation.
La Thailandia non rompe formalmente con gli Stati Uniti, ma avvia una strategia di diversificazione che riflette un cambiamento più ampio nel Sud-Est asiatico. La percezione di un’America imprevedibile e poco attenta agli alleati spinge Bangkok a cercare alternative, contribuendo a ridisegnare gli equilibri geopolitici della regione.












