di Giuseppe Gagliano –
La Thailandia si trova ancora una volta a vivere un passaggio politico turbolento. La destituzione di Paetongtarn Shinawatra da parte della Corte costituzionale e la successiva elezione di Anutin Charnvirakul a primo ministro rivelano un sistema politico profondamente instabile, in cui la giustizia, le forze armate e gli equilibri parlamentari sono strumenti di lotta per il potere.
La rimozione della leader del Pheu Thai ha colpito al cuore la dinastia Shinawatra, che dal 2001 domina la scena politica thailandese tra trionfi elettorali e colpi di Stato militari. Paetongtarn è stata travolta da uno scandalo legato a una telefonata con Hun Sen, ex premier cambogiano, che l’ha esposta all’accusa di aver compromesso la sovranità nazionale sulla disputa di confine. La rapidità della condanna segnala un uso politico delle istituzioni, in linea con una lunga tradizione in cui la magistratura funge da leva per neutralizzare i governi troppo indipendenti o ostili all’establishment monarchico-militare.
L’elezione di Anutin, magnate e leader del partito Bhumjaithai, rappresenta un compromesso più che una scelta strategica. Con soli 69 seggi su 500, il suo partito non ha la forza per governare da solo, ma la sua natura “non ideologica e transazionale” lo rende appetibile come figura di mediazione. Monarchico convinto, Anutin è riuscito a raccogliere l’appoggio di settori progressisti che, pur diffidenti, hanno preferito lui al ritorno di Prayuth Chan-ocha, l’ex generale che guidò il colpo di Stato del 2014.
La sua promessa di nuove elezioni entro quattro mesi e di un referendum per una nuova Costituzione è stata la condizione posta dal People’s Party per appoggiarne la candidatura. Una concessione che rafforza il suo margine di manovra, ma che mostra anche la fragilità intrinseca del nuovo governo, nato già sotto l’assillo della provvisorietà.
Il quadro thailandese riflette una costante: i partiti legati ai Shinawatra vincono le elezioni, ma vengono puntualmente fermati da esercito, monarchia e magistratura. Il People’s Party, forza emergente e giovanile, resta marginalizzato dalle accuse di lesa maestà e dalle pressioni dell’establishment. La stessa figura di Anutin, pur solida sul piano economico e con esperienza di governo, appare più come un uomo di transizione che come un leader di lungo periodo.
La questione costituzionale, centrale per la stabilità futura, resta nelle mani delle élite che hanno modellato il Paese dal colpo di Stato del 2014. Una nuova assemblea costituente, se mai verrà convocata, potrebbe riaprire la partita, ma sarà inevitabilmente terreno di scontro tra forze conservatrici e progressiste.
L’episodio Hun Sen mostra quanto la politica thailandese sia intrecciata agli equilibri regionali. La Cambogia, con cui persistono tensioni di confine, diventa attore indiretto nella crisi interna di Bangkok. Ma il vero contesto è quello di un Sud-est asiatico in cui gli Stati Uniti e la Cina competono per influenza, con la Thailandia storicamente oscillante tra i due poli.
Un governo debole rischia di ridurre la capacità di Bangkok di giocare un ruolo autonomo nell’ASEAN, mentre la rivalità regionale con Hanoi e il ruolo di Pechino come partner economico potrebbero accentuare la dipendenza esterna.
Al di là delle dispute istituzionali, la Thailandia deve affrontare un’economia stagnante, un debito pubblico crescente e un settore turistico che, pur vitale, non basta a sostenere l’intero Paese. La figura di Anutin, con radici nel mondo imprenditoriale e nell’industria delle costruzioni, potrebbe portare a politiche più orientate agli investimenti infrastrutturali. Ma senza stabilità politica, anche le riforme economiche più ambiziose rischiano di naufragare.
La nomina di Anutin Charnvirakul non risolve la crisi politica thailandese, ma ne apre un nuovo capitolo. È un governo nato da compromessi, con il mandato esplicito di traghettare il Paese verso nuove elezioni e una possibile revisione costituzionale. La sua forza dipenderà dalla capacità di mantenere l’equilibrio tra forze antagoniste: monarchici, militari, progressisti e la sempre presente dinastia Shinawatra.
La Thailandia resta prigioniera del suo paradosso: un popolo che vota per il cambiamento e un sistema che ne limita l’attuazione. In questo contesto, Anutin appare come un premier di transizione, destinato più a contenere che a risolvere le tensioni profonde di un Paese che da decenni vive tra urne e golpe.












