di Giuseppe Gagliano –
La Thailandia accelera sul progetto del ponte terrestre tra il Golfo di Thailandia e il Mare delle Andamane, un’infrastruttura da oltre 30 miliardi di dollari destinata a ridurre la dipendenza dalle grandi strozzature del commercio marittimo mondiale. In un contesto segnato dalle tensioni nello Stretto di Hormuz e dalla crescente congestione dello Stretto di Malacca, Bangkok punta a trasformarsi in uno dei principali snodi logistici dell’Indo-Pacifico.
Il progetto prevede la realizzazione di due porti d’altura, a Chumphon e Ranong, collegati da circa 90 chilometri di ferrovie, autostrade e infrastrutture logistiche. L’obiettivo è offrire un’alternativa parziale alla rotta di Malacca, consentendo il trasferimento delle merci tra le due coste della penisola thailandese e riducendo tempi e vulnerabilità lungo alcune direttrici commerciali tra Asia orientale, Medio Oriente ed Europa.
L’iniziativa promette crescita economica, occupazione e nuovi investimenti, ma incontra anche forti resistenze locali. Le aree interessate ospitano comunità di pescatori, coltivatori e attività agricole che temono espropri, trasformazioni ambientali e la perdita delle proprie fonti di reddito. Le preoccupazioni riguardano inoltre il possibile sviluppo di attività industriali pesanti, ipotesi che in passato aveva accompagnato alcune versioni del progetto.
Dal punto di vista economico, il corridoio non appare in grado di sostituire lo Stretto di Malacca. A differenza delle rotte marittime tradizionali, infatti, richiede lo sbarco delle merci, il trasferimento terrestre e il successivo reimbarco, con costi e complessità aggiuntive. Potrebbe però ritagliarsi un ruolo strategico per specifiche filiere produttive e per alcune rotte regionali particolarmente sensibili ai rischi geopolitici.
La dimensione geopolitica è centrale. La Cina guarda con interesse a qualsiasi infrastruttura capace di ridurre la dipendenza dal cosiddetto “dilemma di Malacca”, uno dei principali punti vulnerabili delle sue linee commerciali ed energetiche. Tuttavia un coinvolgimento eccessivo di Pechino potrebbe alimentare diffidenze sia all’interno della Thailandia sia tra altri attori regionali, dagli Stati Uniti all’India fino a Singapore.
Per Singapore il progetto rappresenta una sfida potenziale, anche se il sistema portuale legato a Malacca resta difficilmente sostituibile. In Asia le infrastrutture non sono mai semplici opere economiche: porti, ferrovie e corridoi logistici determinano equilibri di potere, influenza politica e controllo delle rotte commerciali.
Sul piano strategico, il ponte terrestre offrirebbe alla Thailandia una maggiore resilienza in caso di crisi nei principali passaggi marittimi dell’Asia. Non sostituirebbe gli stretti, ma fornirebbe un’alternativa utile per mantenere operative alcune catene logistiche durante eventuali conflitti, blocchi commerciali o interruzioni delle forniture.
Il successo del progetto dipenderà dalla capacità di Bangkok di attrarre investimenti, tutelare le comunità locali e preservare il controllo nazionale dell’infrastruttura. La vera sfida non riguarda soltanto il trasporto delle merci, ma la possibilità di trasformare il corridoio in uno strumento di sviluppo e autonomia strategica senza creare nuove dipendenze esterne.












