Thailandia. La guerra dei templi con la Cambogia è tornata, e stavolta fa sul serio

di Giuseppe Gagliano

Per la prima volta dal 2011 la Thailandia ha usato aerei da combattimento contro la Cambogia. L’8 dicembre F-16 e Gripen dell’aeronautica di Bangkok hanno colpito obiettivi militari in profondità nel territorio cambogiano con l’obiettivo dichiarato di “paralizzare per decenni” la capacità militare di Phnom Penh.
Il cessate-il-fuoco mediato personalmente da Donald Trump a luglio è ufficialmente morto. I combattimenti, ripresi nella notte tra il 7 e l’8, si sono estesi su cinque province di confine. Bilancio provvisorio: almeno 3 soldati thailandesi e 9 civili cambogiani morti, decine di feriti, quasi mezzo milione di sfollati thailandesi e centinaia di migliaia in Cambogia.
Bangkok accusa Phnom Penh di aver rotto per prima la tregua: droni cambogiani che sganciano bombe su basi thailandesi, razzi BM-21 su villaggi, mine antiuomo appena posate (7 soldati thailandesi mutilati da luglio). Il premier Anutin Charnvirakul è stato categorico: “Non ci saranno colloqui finché la Cambogia non farà esattamente ciò che noi diciamo”.
Phnom Penh ribatte di aver rispettato il cessate-il-fuoco per 24 ore, consentendo l’evacuazione dei civili, prima di rispondere al fuoco. Hun Sen, padre-padrone della Cambogia e ancora influentissimo, ha ordinato alle truppe di “mantenere la pazienza” ma poi ha autorizzato contrattacchi notturni: «Abbiamo bisogno di pace, ma siamo costretti a difendere il territorio».
La disparità militare è schiacciante. La Thailandia, alleato maggiore non-NATO degli USA, spende 5,7 miliardi di dollari l’anno in difesa, ha 360mila militari attivi, 112 caccia moderni, una portaerei, centinaia di carri e migliaia di pezzi d’artiglieria. La Cambogia arriva a 1,3 miliardi, 124.000 uomini, qualche decina di carri vecchi e zero aerei da combattimento veri. Eppure resiste, grazie a bunker, artiglieria cinese e al fatto che combatte in casa.
Il casus belli è sempre lo stesso: 817 km di confine mai demarcato del tutto, con templi khmer millenari (Preah Vihear, Ta Moan, Ta Krabei) che alimentano nazionalismi opposti. Ma sotto c’è di più.
In Thailandia il governo conservatore-militare di Anutin (subentrato dopo il colpo soft del 2024) ha bisogno di una guerra breve e vittoriosa per distogliere l’attenzione dalla crisi economica e dalle proteste giovanili. In Cambogia la dinastia Hun deve dimostrare di non essere il vassallo di nessuno, né di Hanoi né di Pechino, e usa il nazionalismo anti-thailandese come cemento interno.
Il risultato è che una disputa archeologica si è trasformata in una guerra moderna, con droni, missili e bombardamenti aerei.
L’ASEAN è impotente: il presidente di turno Anwar Ibrahim implora «massima moderazione», ma nessuno lo ascolta. Trump, che aveva vantato il cessate-il-fuoco di luglio come suo successo personale, tace: ha già troppi fronti aperti (Venezuela, Ucraina, Taiwan).
E così, per la prima volta nel sud-est asiatico del XXI secolo, due Paesi membri dell’ASEAN si stanno facendo davvero la guerra. Non scaramucce, non incidenti: guerra.
Se Bangkok decidesse di spingere in profondità, e ha i mezzi per farlo, potrebbe trovarsi invischiata in una guerriglia infinita nelle giungle cambogiane. Se Phnom Penh riuscisse a resistere abbastanza a lungo, Pechino (principale fornitore di armi) potrebbe essere costretta a intervenire direttamente per non perdere la faccia.
Per ora i templi continuano a sparare. E nessuno, né a Bangkok né a Phnom Penh, sembra disposto a fare la prima mossa indietro.