Tigrè. Di nuovo sul ciglio: Etiopia ed Eritrea ammassano forze

di Giuseppe Gagliano –

Nel nord dell’Etiopia si rivede una dinamica che la regione conosce fin troppo bene: scontri localizzati che attirano rinforzi, irrigidiscono alleanze di circostanza e trasformano strade e distretti contesi in corridoi strategici. Il Critical Threats Project segnala un rafforzamento militare etiope ed eritreo dopo i recenti combattimenti con le forze tigrine, un segnale che somiglia più alla preparazione di una campagna ampliata che a una semplice azione di contenimento. Le Forze di difesa del Tigrè, legate al Fronte di liberazione popolare del Tigrè, hanno ripreso l’iniziativa a fine gennaio, colpendo unità federali e milizie amhara alleate in aree del Tigrè nord-occidentale e meridionale. La risposta di Addis Abeba, per come emerge dalle ricostruzioni disponibili, è stata un movimento di truppe verso il Tigrè da Amhara e Oromia: l’obiettivo militare è chiaro, ristabilire il controllo delle linee di comunicazione e mostrare che il centro federale mantiene il predominio dell’escalation. Ma più forze in contatto significano più attrito, più incidenti e meno vie d’uscita politiche. L’elemento più destabilizzante è il ruolo eritreo. Un funzionario militare etiope citato da The Africa Report parla di infiltrazioni eritree nel Tigrè e di posizionamenti lungo le principali arterie. Se il dato è corretto, conta meno il numero dei soldati e più il significato: Asmara non sta soltanto vigilando sul confine, sta tentando di modellare il campo di battaglia. In quel momento il Tigrè smette di essere cuscinetto e diventa cardine tra strategie statali concorrenti. Qui si inserisce un paradosso politico: Eritrea e Tplf hanno una storia di ostilità, e proprio per questo un’intesa di circostanza è, per definizione, fragile. Le alleanze costruite su un obiettivo immediato raramente reggono alla prova del tempo: aumentano i sabotatori, moltiplicano gli attori armati e rendono più difficile qualsiasi accordo, perché la coalizione vive della prosecuzione della tensione. Un nuovo conflitto nel Tigrè difficilmente resterebbe un problema interno etiope. La regione è già attraversata dalla guerra sudanese e dalla competizione sulle rotte del Mar Rosso. Se il nord etiopico si riaccende, la somma dei fronti produce una guerra “a macchie” che si collega attraverso confini porosi, traffici, retrovie, finanziamenti e sponsorizzazioni, e soprattutto attraverso un’ossessione strategica: l’accesso al mare. Le tensioni tra Addis Abeba e Asmara sono già cresciute negli ultimi mesi, con accuse formali etiopi di aggressione e occupazioni lungo la frontiera e con la reazione eritrea che respinge tutto come costruzione politica. Nessuno, razionalmente, desidera una guerra totale, ma le guerre nella regione spesso non iniziano per decisione, iniziano per concatenazione: offensiva, controffensiva, rinforzo, interposizione, incidente. Quando entrano in campo più catene di comando, milizie alleate e forze straniere, l’errore di calcolo diventa la miccia più probabile. La priorità operativa di Addis Abeba sarà tenere i nodi stradali e impedire che le forze tigrine consolidino territori simbolici e logistici; la priorità eritrea sarà evitare che l’Etiopia trasformi la questione del mare in una pressione esistenziale; la priorità tigrina sarà dimostrare che il dopoguerra non è finito e che il Tigrè non accetta un ritorno alla subordinazione. Una ripresa del conflitto impatta su tre piani economici: finanza pubblica e inflazione, perché la guerra drena risorse e costringe a scelte impopolari; aiuti e cooperazione, già sotto stress, che diventano più difficili da mobilitare quando l’instabilità si ripresenta; commercio regionale, perché ogni frontiera militarizzata alza i costi, interrompe le filiere e riduce la prevedibilità per investitori e trasporti. Il cuore geoeconomico resta la stessa domanda: chi controlla accessi, porti, corridoi e retrovie. Il Corno d’Africa è una zona in cui le dispute territoriali si intrecciano con la logistica del Mar Rosso e con l’interesse di attori esterni. Se il Tigrè torna campo di battaglia, la regione perde un altro pezzo di stabilità proprio mentre il conflitto sudanese continua a irradiare insicurezza. Il punto non è dire che la guerra sia inevitabile, ma che gli ingredienti dell’escalation rapida stanno aumentando: offensive attive, rafforzamenti federali, coinvolgimento oltreconfine, alleanze fragili e una cornice regionale già incendiata. In un ambiente così, la scintilla più credibile non è un piano grandioso, ma un errore che costringe tutti a salire di un gradino, perché scendere, improvvisamente, sembra l’opzione più rischiosa.