
di Domenico Esposito –
Nel giudicare l’azione internazionale di Donald Trump occorre evitare due errori opposti: considerarla puro caos personale oppure leggerla come una strategia onnipotente, capace di controllare ogni variabile. La realtà è più complessa.
La macro-strategia americana è riconoscibile: difendere il primato del dollaro, contenere l’ascesa cinese, colpire l’Iran, tenere la Russia sotto pressione, controllare le rotte energetiche e impedire che petrolio, yuan, sanzioni aggirate e nuove alleanze euroasiatiche costruiscano un sistema alternativo all’ordine americano.
I fattori micro-contingenti, però, possono alterare questa impostazione: scorte militari sotto pressione, costo della guerra, inflazione energetica, malumori nelle forze armate, instabilità dello Stretto di Hormuz, irritazione degli alleati europei, divisioni interne iraniane, reazioni dei Pasdaran, resistenza cinese, ambiguità russa e perfino fattori personali o simbolici che entrano nella scena politica. Tra questi rientra anche la pressione che la coscienza politica di Trump riceve dall’esterno. Gli attacchi scomposti rivolti al Papa, dopo le sue prese di posizione contro la guerra e contro alcune scelte dell’amministrazione americana, non sono un dettaglio marginale: mostrano come, dentro una linea strategica strutturata, possano irrompere elementi emotivi, religiosi, comunicativi e personali capaci di condizionare il quadro politico.
Trump, dunque, agisce nella dottrina politica riconoscibile, articolata attorno ai pilastri del Make America Great Again, dell’America First e del Peace through Strength. Ciò produce conseguenze, resistenze e contro-effetti non sempre prevedibili, in accordo al Principio di equivalenza geopolitico dell’Accademia Italiana Qualità della Vita, perché ogni pressione esercitata nel sistema internazionale genera una riorganizzazione delle forze contrarie, laterali o compensative, nessuna azione di potenza resta isolata.
Washington cerca non solo un accordo tecnico sul nucleare, ma un risultato geopolitico ed energetico più ampio: togliere il petrolio iraniano dall’orbita cinese, riportarlo dentro un circuito controllabile dall’Occidente, difendere il primato del dollaro e, se possibile, favorire una normalizzazione politica dell’Iran attraverso un potere più compatibile con gli interessi americani.
In questa logica il modello desiderato è quello “venezuelano”: rientro degli operatori occidentali, controllo dei flussi energetici, riapertura economica selettiva, sottrazione del petrolio a circuiti rivali e ritorno della leva americana sulle risorse strategiche. Ma l’Iran non è il Venezuela: è una potenza regionale, alleata ai BRICS, con un apparato militare-ideologico radicato, una rete di alleanze, infrastrutture sotterranee, capacità missilistiche, e una classe dirigente che, sotto pressione, tende a irrigidirsi invece che cedere. Su Iran l’America, quindi, può ambire: obiettivo massimo, cambio di regime o transizione filo-occidentale; obiettivo intermedio, decapitazione del vertice e indebolimento dei Pasdaran; obiettivo minimo, accordo su nucleare, Hormuz, petrolio e sanzioni; obiettivo comunicativo, far apparire Trump come il leader che ha costretto l’Iran a piegarsi.
Il nodo cinese è altrettanto decisivo. Gli Stati Uniti non possono colpire direttamente la Cina senza aprire una crisi mondiale di proporzioni incalcolabili. Possono però colpire ciò che alimenta la Cina: petrolio iraniano, petrolio russo, petrolio venezuelano, rotte marittime, raffinerie, banche, assicurazioni, valute alternative e triangolazioni commerciali. Qui si comprende il significato profondo della crisi: non siamo davanti solo a una guerra regionale, ma a una guerra energetica e monetaria. Il petrolio iraniano pagato, scambiato o triangolato fuori dal circuito del dollaro diventa parte di una sfida più ampia al sistema del petrodollaro. Per Washington, il problema non è soltanto che la Cina compri petrolio; il problema è che lo compri attraverso circuiti sempre meno controllabili dagli Stati Uniti.
In questo quadro si inserisce anche il possibile vertice tra Trump e Xi. Quel vertice non sarebbe il punto di partenza della trattativa, ma il possibile punto di arrivo di una fase di pressione. Trump vorrebbe arrivarci mostrando di aver piegato Iran, rotte energetiche e petrolio alternativo. Xi vorrebbe arrivarci per negoziare da pari a pari. Sul tavolo di mediazione Trump-Xi si concentrano almeno cinque dossier: Taiwan, dazi e commercio, terre rare e tecnologie, petrolio iraniano e sanzioni, dollaro e yuan.
L’Europa rischia di diventare il continente che paga i costi senza decidere la strategia: energia più cara, instabilità commerciale, tensioni militari, dipendenza tecnologica, subordinazione diplomatica. Perciò deve assumere il ruolo di potenza di equilibrio, ovvero deve riaprire canali di mediazione con la Russia, lavorare alla distensione, difendere i propri interessi energetici e produttivi, evitare che il continente resti prigioniero. La pace non può essere intesa come resa, ma come costruzione di un equilibrio sostenibile.
* Presidente dell’Accademia Italiana Qualità della Vita, direttore responsabile de La Qualità della Vita.















