
di Riccardo Renzi –
L’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca con una rinnovata agenda protezionista, ha lanciato una nuova offensiva commerciale che colpisce duramente i paesi dell’ASEAN. Con tariffe doganali tra le più elevate al mondo, la regione si trova in un pericoloso crocevia: dividersi in trattative bilaterali con Washington oppure cercare un coordinamento regionale che, tuttavia, stenta a decollare. Il ritorno del “trumpismo economico” apre a scenari di instabilità commerciale, geopolitica e istituzionale, in una regione che già si confronta con la crescente influenza della Cina. Questo articolo analizza la portata degli accordi finora siglati, le ripercussioni strategiche a livello regionale e globale e il rischio, sempre più concreto, che la frammentazione dell’ASEAN possa essere il prezzo da pagare in una nuova fase della competizione USA-Cina.
Il 2 aprile 2025, nel corso del cosiddetto “Liberation Day”, il Presidente Donald Trump ha annunciato l’introduzione di una delle più aggressive campagne tariffarie della storia commerciale recente degli Stati Uniti. La misura, motivata dalla dichiarazione dello squilibrio commerciale come “emergenza nazionale”, ha colpito duramente soprattutto i paesi del Sud-est asiatico, con dazi doganali fino al 49% su specifiche importazioni. Nel mirino sono finiti in particolare Cambogia, Laos e Vietnam, ma anche economie più sviluppate come Indonesia, Thailandia e Malesia. Dietro la facciata di una campagna volta a “difendere i lavoratori americani”, si cela una strategia molto più ampia: riconfigurare le relazioni economiche nel Pacifico per ridurre la dipendenza dagli scambi con Paesi con cui gli Stati Uniti accumulano deficit crescenti, e contenere indirettamente la Cina, che utilizza da anni il Sud-est asiatico come piattaforma di esportazione verso gli USA.
La risposta dei paesi ASEAN a queste misure è stata debole e frammentata. A differenza della Cina, che ha risposto con contromisure immediate e una dura retorica anti-USA, le capitali del Sud-est asiatico hanno scelto la via della diplomazia bilaterale, nella speranza di ottenere condizioni più favorevoli. Washington, dal canto suo, ha sospeso temporaneamente l’attuazione delle tariffe per 90 giorni, una pausa che Trump ha definito “ultima chance” per negoziare. Nonostante l’ambizioso slogan presidenziale “90 accordi in 90 giorni”, solo il Vietnam è riuscito a chiudere un’intesa entro la prima scadenza del 9 luglio. Gli altri paesi si sono mossi in ordine sparso, privilegiando gli interessi nazionali rispetto alla coesione regionale. Il Vietnam, partner commerciale chiave di Washington con un interscambio da 150 miliardi di dollari nel 2024, ha ottenuto una tariffa ridotta al 20%, in cambio della liberalizzazione quasi totale del proprio mercato alle esportazioni USA.
Pochi giorni dopo, anche l’Indonesia ha raggiunto un accordo: dazi al 19% invece che 32% e l’impegno all’acquisto di beni energetici e aerospaziali americani per un valore superiore a 18 miliardi di dollari. Ma è sul piano geopolitico che l’accordo si fa interessante: fonti diplomatiche indicano pressioni USA per una maggiore cooperazione marittima nel Mar Cinese Meridionale e per l’approvazione del trattato marittimo con il Vietnam, osteggiato da Pechino. La stessa dinamica si è ripetuta con le Filippine: dazi ridotti di un solo punto (dal 20% al 19%), ma concessioni strategiche a Washington. Durante la visita di Ferdinand Marcos Jr. alla Casa Bianca, si è discusso del rafforzamento della cooperazione militare, e di una netta presa di distanza da Pechino. La convergenza Manila-Washington è ormai chiara, alimentata dalle dispute marittime con la Cina e dalla crescente assertività cinese nelle acque contese.
Restano esclusi da qualsiasi accordo paesi come Cambogia, Laos e Myanmar, legati a doppio filo con la Cina. La loro posizione geostrategica, unita all’influenza crescente di Pechino nei settori infrastrutturali, logistici e finanziari, li rende riluttanti a fare concessioni che potrebbero compromettere il rapporto con il gigante cinese. In particolare il Myanmar, guidato da una giunta militare non riconosciuta ufficialmente da Washington, si trova in una posizione particolarmente delicata. La Cina, dal canto suo, ha rafforzato la propria presenza economica nella regione: nel 2024, il commercio bilaterale con l’ASEAN ha toccato i 963 miliardi di dollari, il doppio di quello con gli Stati Uniti. Xi Jinping ha recentemente compiuto visite ufficiali in Vietnam, Malesia e Cambogia, rafforzando legami e spingendo per un aggiornamento dell’area di libero scambio esistente con l’ASEAN, includendo settori strategici come economia verde, digitale e supply chain. Questa nuova guerra commerciale sta già producendo impatti tangibili:
1. Riduzione della competitività ASEAN negli USA: Le tariffe riducono la convenienza di importare dai paesi ASEAN, con effetti su occupazione, investimenti e supply chain locali.
2. Rallentamento degli investimenti esteri diretti: L’incertezza legata alle politiche tariffarie sta frenando i flussi di IDE verso economie esposte come Vietnam e Tailandia, spingendoli verso paesi meno colpiti come le Filippine.
3. Disintegrazione delle catene globali del valore: Settori come l’elettronica, il tessile e l’agroalimentare stanno subendo interruzioni significative. Le aziende USA stanno adottando la strategia “China-Plus-One” per diversificare la produzione, puntando sul Sud-est asiatico ma con maggior cautela.
4. Crescente ruolo della finanza cinese: Diverse aziende cinesi stanno trasferendo la propria quotazione alla borsa di Singapore, mirando a consolidare la presenza nel mercato del Sud-est asiatico e a garantirsi accesso facilitato ai capitali internazionali.
Il rischio più grave che emerge da questo scenario è la frammentazione geopolitica dell’ASEAN. L’Associazione, nata come blocco regionale coeso e promotore del multilateralismo, si trova oggi lacerata da scelte strategiche divergenti. Se da un lato alcuni paesi cercano accordi favorevoli con Washington, altri si avvicinano ulteriormente a Pechino. Il rischio è che questa competizione intra-regionale sfoci in una corsa al ribasso per attrarre investimenti, distruggendo le fondamenta di cooperazione dell’ASEAN stessa. Nonostante la presidenza di turno malese abbia auspicato una risposta unitaria, le trattative bilaterali con gli Stati Uniti mostrano che ogni paese sta seguendo una strategia negoziale distinta, spesso in conflitto con gli interessi comuni del blocco. Le conseguenze economiche e politiche di questa frammentazione potrebbero essere di lungo periodo e difficili da invertire.
La seconda guerra commerciale lanciata da Trump contro i paesi ASEAN non è solo una questione economica. È uno strumento di pressione geopolitica che punta a ridefinire i rapporti di forza nel Pacifico. Con la Cina che consolida la propria egemonia regionale e gli Stati Uniti che tentano di recuperare influenza con metodi coercitivi, le nazioni del Sud-est asiatico si trovano costrette a compiere scelte sempre più strategiche, spesso in contrasto con l’idea stessa di ASEAN. In questo contesto, l’unico modo per evitare la marginalizzazione geopolitica e l’erosione economica è che l’ASEAN riesca a riscoprire la propria vocazione originaria: l’unità nella diversità. Ma il tempo stringe, e la finestra per una risposta coordinata si sta rapidamente chiudendo.











