di Giuseppe Gagliano –
L’arresto di Ahmed Nejib Chebbi, veterano dell’opposizione tunisina e figura storica della battaglia politica nel Paese, segna un nuovo punto di rottura nella crisi istituzionale tunisina. Fermato pochi giorni dopo una condanna a 12 anni per presunta cospirazione contro lo Stato, Chebbi diventa simbolo di una repressione che non ha più bisogno di mascherarsi. Processi accelerati, condanne sproporzionate e accuse costruite attorno a reati politici evocano atmosfere ben lontane dalla stagione di libertà inaugurata dalla rivoluzione del 2011.
La sua famiglia parla di un blitz nella notte, il suo avvocato teme che la scena pubblica tunisina “sia diventata spaventosa”, e purtroppo non è un’esagerazione. Da mesi, il presidente Kais Saied ha trasformato lo Stato in un apparato disciplinare, dove la magistratura risponde più ai comandi del potere esecutivo che alle leggi. Chebbi aveva denunciato con lucidità ciò che stava accadendo: giudici ridotti a impiegati, la giustizia come strumento di vendetta politica.
L’arresto di Chebbi non avviene in un vuoto politico. Negli stessi giorni decine di oppositori sono stati condannati fino a 45 anni nel cosiddetto “caso della cospirazione”. Attivisti dei diritti umani, avvocati e giornalisti sono finiti nella stessa rete repressiva. Chaima Issa e Ayachi Hammami, entrambi noti per la loro attività pubblica, hanno ricevuto pene pesantissime.
Il messaggio è limpido: chiunque critichi il presidente sarà neutralizzato. Il Fronte di salvezza nazionale, la principale coalizione ostile al progetto autoritario di Saied, parla apertamente di “sterminio politico”. Le sentenze emesse senza interrogatori mostrano l’urgenza del potere di eliminare il dissenso prima ancora che esso possa organizzarsi.
La vicenda acquista un rilievo geopolitico evidente quando si guarda alla reazione europea. Il Parlamento dell’Unione ha chiesto il rilascio immediato dei detenuti politici. Saied ha risposto con la consueta retorica: “ingerenza”, “lezioni di libertà”, “sovranità”. Ma il paradosso è subito visibile. Mentre denuncia Bruxelles, il governo tunisino continua a ricevere sostegno economico proprio dall’Europa, soprattutto per ragioni legate al controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo.
L’accordo da un miliardo di euro firmato nel 2023 è diventato, nei fatti, una garanzia per Saied: in cambio di una gestione più dura della migrazione, la Tunisia ottiene margini di manovra politica interni quasi senza limiti. Il prezzo, però, lo paga la società tunisina, privata di strumenti democratici mentre si ritrova ostaggio di una crisi economica profonda e di un potere che non accetta opposizioni.
La Tunisia, che fino a pochi anni fa era il raro esempio di transizione democratica nel mondo arabo, si ritrova ora in una spirale di arretramento che coinvolge istituzioni, giustizia, libertà civili e pluralismo politico. L’arresto di Chebbi non è un episodio isolato: è la conferma che Saied sta costruendo un sistema impermeabile al dissenso, in cui ogni contro-potere viene eliminato sul nascere.
Il rischio più immediato è l’erosione definitiva della fiducia pubblica nella politica. Quello più profondo, e più grave, è che la Tunisia bruci ogni possibilità di recuperare lo slancio democratico che aveva sorpreso il mondo nel 2011. In un quadro regionale sempre più instabile, un Paese che sprofonda nell’autoritarismo rappresenta un problema non solo per i tunisini, ma anche per i partner europei che oggi fanno finta di non vedere fino a che punto Saied abbia deciso di spingersi.












