di Giuseppe Gagliano –
La condanna a 24 anni inflitta in appello ad Ali Larayedh non è solo un passaggio giudiziario. È un fatto politico di prima grandezza, che conferma come in Tunisia la magistratura sia ormai divenuta uno degli strumenti attraverso cui il presidente Kais Saied sta ridisegnando i rapporti di forza interni. La riduzione della pena rispetto ai 34 anni del primo grado non cambia la sostanza: resta una sanzione pesantissima contro un ex primo ministro e figura di rilievo di Ennahda, cioè contro uno dei simboli della stagione politica apertasi dopo la caduta di Ben Ali.
Formalmente, il procedimento riguarda accuse gravissime: il presunto coinvolgimento nell’invio di combattenti jihadisti verso Iraq e Siria negli anni successivi alla rivoluzione del 2011. È un dossier che tocca una ferita reale della Tunisia, perché il Paese è stato uno dei principali bacini di reclutamento del jihadismo regionale. Ma proprio per questo il nodo non è soltanto giudiziario. Il nodo è politico: capire se il processo serva davvero a fare giustizia su una stagione opaca e pericolosa, oppure se venga utilizzato per colpire il principale spazio di opposizione organizzata rimasto nel Paese.
Il richiamo ai combattenti partiti verso i fronti di guerra mediorientali tocca un nervo scoperto. Tra il 2011 e il 2016 migliaia di tunisini raggiunsero Siria, Iraq e Libia, un flusso che mise in luce la fragilità dello Stato, la permeabilità delle reti religiose e la debolezza dell’apparato di sicurezza in una fase di transizione convulsa. Ennahda, che in quegli anni era forza centrale di governo, è stata a lungo accusata dai suoi avversari laici di aver chiuso un occhio, se non di aver favorito indirettamente quelle partenze. Il partito ha sempre respinto l’accusa, ma il sospetto è rimasto come un’ombra permanente sulla sua esperienza di governo.
È su questo terreno che il potere tunisino colpisce oggi Larayedh: un terreno politicamente efficace, perché consente di saldare la repressione del dissenso a un argomento molto sensibile nell’opinione pubblica, quello della sicurezza e del terrorismo. In altre parole, non si processa solo un dirigente politico: si processa un’intera stagione, e la si delegittima associandola alla minaccia jihadista.
La vicenda Larayedh si inserisce però in un quadro più ampio e molto chiaro. Dal luglio 2021, quando Kais Saied ha sciolto il Parlamento e ha cominciato a governare per decreto, la Tunisia ha progressivamente abbandonato il già fragile pluralismo nato dopo la rivoluzione, entrando in una fase di forte concentrazione del potere. Il messaggio del presidente è semplice: lo Stato va salvato dal caos, dalla corruzione, dalla paralisi e dalle élite che avrebbero tradito il popolo. Ma dietro questa narrativa si è consolidata una dinamica ben diversa: l’erosione sistematica degli spazi di opposizione, la criminalizzazione del dissenso e la subordinazione crescente delle istituzioni alla logica presidenziale.
Il caso del deputato Ahmed Saidani, incarcerato per aver ironizzato sui social contro il presidente, e l’inasprimento della pena contro Rached Ghannouchi vanno letti nella stessa chiave. Non siamo davanti a episodi isolati. Siamo davanti a una strategia di compressione del campo politico, in cui il confine tra sicurezza dello Stato e sicurezza del potere diventa sempre più labile. La lotta contro il terrorismo, la cospirazione o l’insulto alle istituzioni viene trasformata in un contenitore giuridico flessibile, dentro cui può entrare quasi ogni opposizione.
Sul piano interno, Saied sta tentando di costruire un nuovo equilibrio fondato su tre pilastri: centralizzazione presidenziale, indebolimento dei corpi intermedi e uso della giustizia come strumento di disciplinamento politico. Ma questa architettura, pur apparendo solida nel breve periodo, presenta una fragilità profonda. La Tunisia resta un Paese economicamente vulnerabile, con finanze pubbliche sotto pressione, crescita debole, disoccupazione persistente e una forte erosione del potere d’acquisto. In un simile contesto, la repressione può contenere il dissenso, ma non sostituisce una soluzione strutturale.
Anzi, il rischio è opposto: più il potere si chiude, più riduce la capacità del sistema di assorbire conflitti sociali e politici in forme istituzionali. E quando il dissenso non trova canali politici, tende a radicalizzarsi, disperdersi o trasformarsi in disaffezione totale verso lo Stato. Per un Paese già segnato da fratture territoriali e sociali profonde, è un rischio notevole.
Sul piano strategico, il richiamo al dossier dei combattenti tunisini partiti per Siria e Iraq ha un valore preciso. Serve a riaffermare la legittimità securitaria del potere. Il terrorismo jihadista è stato una minaccia concreta per la Tunisia, e nessuno può liquidare il tema come un semplice pretesto. Tuttavia, proprio perché la minaccia è stata reale, la sua evocazione costante diventa politicamente potente. Chi controlla il racconto di quella stagione controlla anche la memoria collettiva della transizione tunisina.
Saied sembra voler riscrivere quella memoria in modo netto: la fase apertasi nel 2011 non come tentativo incompiuto di democratizzazione, ma come parentesi di disordine, infiltrazione ideologica e indebolimento dello Stato. In questa narrazione, colpire Larayedh e Ghannouchi significa colpire i simboli di quel ciclo politico e giustificare il nuovo ordine autoritario come necessità storica.
Sul piano geopolitico, la Tunisia si muove in una posizione delicata. Per l’Europa è un Paese chiave: controlla una parte importante della sponda sud del Mediterraneo centrale, incide sui flussi migratori, rappresenta un tassello essenziale della stabilità nordafricana. Proprio per questo, molti partner occidentali hanno finora tollerato la stretta di Saied in nome della stabilità. È il solito paradosso mediterraneo: si sacrifica il pluralismo politico per evitare il rischio del collasso, salvo poi scoprire che l’autoritarismo, nel lungo periodo, non risolve le fragilità strutturali ma le congela soltanto.
Per i partner regionali, invece, la Tunisia di Saied può apparire come un modello più rassicurante rispetto all’incertezza post-rivoluzionaria: meno pluralismo, più controllo, meno conflitto aperto tra fazioni. Ma è una stabilità apparente, perché poggia più sulla compressione che sulla riconciliazione.
Alla fine, la vera sentenza sulla Tunisia non la daranno soltanto i tribunali, ma l’economia. Se il potere presidenziale non riuscirà a migliorare condizioni sociali, occupazione, investimenti e tenuta finanziaria, l’uso politico della giustizia rischierà di apparire sempre più per ciò che è: non uno strumento di rifondazione dello Stato, ma una tecnica di sopravvivenza del potere. E quando accade, anche le condanne più pesanti perdono il loro valore esemplare e diventano il segno di un sistema che teme il dissenso più di quanto sappia governare il Paese.
La condanna di Larayedh, dunque, non riguarda soltanto il passato del jihadismo tunisino. Riguarda soprattutto il presente e il futuro della Tunisia: se resterà una repubblica che, pur tra mille contraddizioni, cerca ancora un equilibrio politico, oppure se scivolerà definitivamente in un assetto dove la legalità viene piegata alla ragion di Stato, e la ragion di Stato coincide sempre più con la volontà di un solo uomo.












