Tunisia. Il grido del 25 luglio: dalla Repubblica all’autocrazia

Centinaia in piazza contro Saied: “Il potere assoluto è corruzione assoluta”.

di Giuseppe Gagliano

Il 25 luglio, giorno simbolo della nascita della Repubblica tunisina nel 1957, è diventato oggi per molti cittadini una data di lutto politico. A quattro anni dal colpo di mano istituzionale di Kais Saied, che nel 2021 sospese il Parlamento, destituì il primo ministro e avocò a sé i poteri esecutivo e legislativo, centinaia di tunisini sono tornati in piazza per denunciare la deriva autoritaria in atto. Il presidente, eletto nel 2019 con la promessa di una “nuova Repubblica”, ha finito per concentrare su di sé tutte le leve del potere.
Le strade di Tunisi si sono riempite di slogan come “Nessuna paura, nessun terrore, potere al popolo”, mentre i volti degli oppositori incarcerati — da Rached Ghannouchi a Sonia Dahmani — venivano esposti sui cartelli dei manifestanti. Un messaggio chiaro: la Tunisia non è più la culla della primavera araba, ma una prigione a cielo aperto.
Da quel 25 luglio 2021, il presidente Saied ha sistematicamente smantellato i contrappesi democratici. Prima il Parlamento, poi la magistratura: nel 2022, ha sciolto il Consiglio Superiore della Magistratura, licenziato decine di giudici e avviato una campagna di arresti contro avvocati, giornalisti e oppositori, tutti accusati di cospirazione o terrorismo.
Le leggi, spesso vaghe e manipolabili, sono diventate strumenti di repressione. Molti detenuti rischiano anni di carcere per aver semplicemente espresso opinioni contrarie al governo. Kais Saied, da parte sua, continua a sostenere che nessuno è al di sopra della legge e che la giustizia in Tunisia è indipendente. Ma i fatti raccontano una realtà ben diversa.
Un aspetto che ha colpito è stata la presenza forte, coraggiosa e determinata delle donne tunisine in piazza. Non solo come simboli, ma come voci trainanti della protesta. Saida Akremi, moglie dell’ex ministro della giustizia Noureddine Bhiri, ha denunciato “il tradimento della Repubblica” e chiesto la liberazione dei detenuti politici.
Hafsia Bourguiba, attivista e nipote dello storico leader Habib Bourguiba, ha sottolineato con amarezza che “nessuno avrebbe mai immaginato di vedere donne tunisine imprigionate per le loro opinioni”. Più di quindici, a oggi, sono dietro le sbarre.
La novità più significativa è l’unità dell’opposizione. In piazza non solo i simpatizzanti di Ennahda, il partito islamista messo al bando, ma anche esponenti laici, avvocati, ex ministri e comuni cittadini. Figure storiche come Samir Dilou, oggi nel Fronte di Salvezza Nazionale, parlano apertamente di “corruzione assoluta” e di una “rivoluzione tradita”.
Il movimento 25 luglio, nato proprio per sostenere Saied e per punire la vecchia classe politica accusata di clientelismo, si è trasformato nel suo contrario. Lo stesso giorno è diventato ora una data di protesta e riflessione su un futuro che si allontana sempre più dalle promesse della rivoluzione del 2011.
Le tensioni politiche si inseriscono in un contesto economico sempre più fragile. Disoccupazione, inflazione, scarsità di beni essenziali e prestiti internazionali in stallo alimentano la rabbia popolare. Amnesty International ha denunciato un’escalation di repressione: arresti arbitrari, intimidazioni, processi farsa.
E intanto, il sistema istituzionale tunisino si svuota. Non esiste più un potere giudiziario realmente indipendente, il Parlamento è di fatto ridotto a un organo decorativo e la stampa è sotto sorveglianza. La Tunisia, modello di transizione democratica nel mondo arabo, sta rapidamente scivolando verso uno stato autoritario centralizzato.
Il 25 luglio del 1957 segnava la nascita della Repubblica tunisina. Quello del 2025, invece, ne celebra lo smantellamento. La piazza lo ha gridato con forza: “Il potere assoluto è corruzione assoluta”. Ma oggi a Tunisi, come in molte capitali arabe, il potere ha perso il senso del limite. La battaglia non è solo contro un presidente, ma per il diritto stesso di dissentire, protestare, esistere.
Resta da vedere se la Tunisia saprà rialzarsi da questo momento oscuro o se l’autocrate riuscirà a seppellire anche la memoria della sua rivoluzione.