Tunisia. La società civile sotto assedio: il ritorno del controllo politico

di Giuseppe Gagliano

La decisione del governo tunisino di sospendere per un mese le attività del Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux (FTDES) non è un episodio isolato, ma l’ennesimo segnale di un lento e calcolato smantellamento dello spazio civico nel Paese che dieci anni fa veniva indicato come il principale successo della Primavera araba. Ufficialmente, la misura mira a permettere un audit sui finanziamenti esteri ricevuti dal gruppo. In realtà si inserisce in una strategia più ampia di silenziamento delle organizzazioni indipendenti, accusate di ricevere fondi dall’estero per destabilizzare il governo.
Il FTDES, fondato nel 2011, è diventato un punto di riferimento per la difesa dei diritti sociali e dei migranti, denunciando le violenze, gli abusi e le discriminazioni razziali nei confronti dei migranti africani subsahariani. È stato tra i primi a condannare pubblicamente il discorso del presidente Kais Saied, che nel 2023 aveva definito l’immigrazione africana “parte di un complotto criminale per cambiare l’identità araba e musulmana della Tunisia”. Quel discorso, definito “razzista” dallo stesso Forum, aveva scatenato un’ondata di violenze, espulsioni e arresti.
Da allora il rapporto tra governo e società civile è precipitato. Il caso FTDES segue di pochi giorni la sospensione dell’Association Tunisienne des Femmes Démocrates (ATFD), una delle più antiche organizzazioni femministe del Paese. Le autorità hanno aperto indagini sui fondi esteri di decine di associazioni, congelando conti bancari e sciogliendo almeno 47 organizzazioni. È la prova di una repressione sistematica che prende di mira tutte le strutture intermedie della democrazia.
Dal punto di vista politico, la stretta risponde alla logica del controllo assoluto perseguita da Kais Saied dopo l’auto-golpe del luglio 2021, quando ha sciolto il Parlamento e assunto tutti i poteri. Presentata come una “correzione del percorso rivoluzionario”, quella decisione ha segnato il ritorno a un presidenzialismo autoritario. L’attuale ondata di sospensioni e arresti mostra che Saied non intende tollerare alcuna forma di dissenso, né politico né sociale.
Sul piano geopolitico, la mossa tunisina riflette un duplice calcolo. Da un lato, Saied cerca di compiacere i partner europei – in particolare Italia e Unione Europea – presentandosi come il garante della stabilità e del controllo dei flussi migratori. Dall’altro, restringe lo spazio delle ONG, spesso finanziate da fondi occidentali, che documentano gli abusi contro migranti e oppositori. È un equilibrio fragile: Bruxelles continua a erogare aiuti finanziari, ma chiude gli occhi sulle violazioni dei diritti umani pur di mantenere la cooperazione sui rimpatri.
Economicamente il Paese è in una situazione drammatica. Disoccupazione, inflazione e crollo del turismo alimentano il malcontento, mentre il Fondo Monetario Internazionale resta in attesa di riforme che il governo non riesce a realizzare. In questo contesto, ridurre al silenzio la società civile diventa un modo per evitare che la crisi economica si trasformi in rivolta politica.
Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch denunciano ormai da tempo arresti arbitrari, torture, processi farsa e campagne di diffamazione contro attivisti e giornalisti. Dodici importanti membri della società civile si trovano oggi in carcere. Il messaggio è chiaro: chi mette in discussione il potere di Saied viene neutralizzato.
La Tunisia, che per anni era stata un faro di speranza nel mondo arabo, rischia ora di scivolare verso un modello ibrido: una democrazia formale, ma priva di libertà sostanziali. Nel silenzio quasi generale dell’Europa, la “transizione democratica” tunisina si spegne tra censure, processi e paura. E mentre l’Unione Europea chiude accordi con Tunisi per fermare i migranti, le stesse organizzazioni che difendono quei migranti vengono ridotte al silenzio. Un paradosso che rivela quanto, oggi, la sicurezza conti più della libertà.