di Giuseppe Gagliano –
La richiesta europea di liberare un’avvocata critica del governo, e più in generale di annullare una legge accusata di comprimere la libertà di espressione, ha toccato un punto nevralgico per il capo dello Stato: la legittimità del suo potere e la gestione dell’opposizione interna.
Saied ha scelto la linea dura, accusando Bruxelles di invadenza e convocando non solo l’ambasciatore dell’Unione, ma anche la rappresentante dei Paesi Bassi. Non è la prima volta che la diplomazia tunisina protesta contro interlocutori europei, ma questa volta il contesto è diverso. Le condanne internazionali per le misure giudiziarie contro oppositori e attivisti si sommano a un quadro sociale segnato da tensioni profonde e da un crescente sentimento di disillusione popolare.
La risoluzione approvata dal Parlamento europeo ha messo in discussione l’intero impianto repressivo costruito dal presidente dopo la concentrazione dei poteri del 2021. L’Unione ha chiesto la liberazione non solo di un’avvocata di rilievo, ma di tutti coloro che sono detenuti per motivi collegati all’esercizio della libertà di espressione. Una richiesta che per Saied è inaccettabile perché colpisce il cuore della sua strategia politica: usare la magistratura come strumento di controllo e neutralizzazione degli avversari.
La conferma in appello delle condanne contro decine di imputati, accusati di cospirazione e addirittura di terrorismo, rende chiaro quanto il sistema giudiziario tuniso stia operando in funzione del potere esecutivo. Le pene, che arrivano fino a quarantacinque anni, danno la misura dell’intimidazione politica presente oggi nel Paese.
La Tunisia era stata il simbolo della transizione democratica dopo le rivolte del 2011. Ma quella stagione è ormai lontana. A partire dal 2021, con il blocco del Parlamento e l’accentramento dei poteri nelle mani del presidente, il processo democratico ha subito un arresto brusco. Le proteste crescenti nelle strade della capitale, con migliaia di persone vestite di nero e con nastri rossi, raccontano la frustrazione di una società civile che vede restringersi gli spazi politici conquistati con fatica.
La situazione economica, già critica, aggrava il malcontento. Disoccupazione elevata, inflazione persistente e servizi pubblici in declino fanno da sfondo a un apparato politico sempre più chiuso e incapace di riformarsi. In questo quadro, le proteste non rappresentano soltanto dissenso, ma il tentativo di difendere un’idea di libertà ormai messa in discussione.
Sul piano geopolitico, la questione centrale è la definizione della sovranità tunisina. Saied denuncia l’ingerenza europea perché ha bisogno di riaffermare un controllo interno traballante e di presentarsi come difensore dell’indipendenza nazionale. Ma dietro la retorica, le relazioni con l’Europa restano decisive. L’Unione è il primo partner commerciale e la principale fonte di aiuti economici, soprattutto in un momento in cui la Tunisia è esposta a una crisi finanziaria profonda e ha un margine di manovra limitato nelle trattative con le istituzioni internazionali.
L’Europa, a sua volta, deve conciliare la difesa dei diritti con la necessità di un dialogo stretto con Tunisi su due fronti cruciali: sicurezza e flussi migratori. Il rischio è che la condanna politica produca un irrigidimento del governo tunisino proprio mentre l’Unione cerca di gestire l’instabilità del Mediterraneo e di mantenere un argine alle partenze irregolari verso le proprie coste.
Il deterioramento dei rapporti con l’Europa apre spazi che altri attori regionali e globali sono pronti a colmare. Alcuni paesi del Golfo, interessati a consolidare la propria influenza nel Nordafrica, offrono sostegno economico senza porre richieste in materia di diritti. Anche la Russia e, in misura diversa, la Cina guardano alla Tunisia come a un punto di equilibrio geopolitico nel quadrante mediterraneo. Per Saied, diversificare i partner internazionali diventa una forma di sopravvivenza politica. Per l’Europa, invece, il rischio è veder sfumare una relazione che per decenni è stata cruciale.
La Tunisia si trova ora davanti a un crocevia. Continuare sulla strada della chiusura politica significa assumere definitivamente una postura autoritaria, accentuare l’isolamento internazionale e rischiare un ulteriore deterioramento della situazione economica. Aprire il dialogo con l’Europa e accogliere almeno in parte le richieste sulla tutela dei diritti civili significherebbe invece riannodare i fili di una transizione che, pur imperfetta, aveva permesso al Paese di essere un esempio nella regione.
Il presidente Saied, però, sembra convinto che la via della forza sia l’unica in grado di garantirgli il controllo. Ma nessuna strategia fondata sull’intimidazione può durare a lungo in un paese che ha già dimostrato in passato di saper reagire. Le manifestazioni degli ultimi mesi non sono ancora un moto di massa, ma sono il sintomo di una società che non intende arrendersi.
La Tunisia è diventata uno specchio delle fragilità mediterranee. E lo scontro con l’Europa indica quanto l’equilibrio tra libertà, sicurezza e sovranità sia oggi difficile da mantenere. Se il Paese riuscirà a trovare una nuova direzione dipenderà dalla capacità di riconciliare autorità e diritti, autonomia e cooperazione. Ma il tempo utile per evitare una crisi più profonda sembra restringersi ogni giorno di più.












