di Giuseppe Gagliano –
In Turchia il clima politico torna ad infiammarsi. Almeno 50mila persone hanno riempito le strade di Ankara per chiedere la liberazione di Ekrem Imamoglu, ex sindaco di Istanbul e leader del Partito Repubblicano del Popolo (CHP), oggi in carcere con accuse di corruzione e terrorismo considerate da molti un pretesto per impedirgli di candidarsi alle presidenziali del 2028. È la più grande manifestazione anti-Erdogan dell’ultimo anno, e riflette un dato politico essenziale: per la prima volta in due decenni il presidente turco è vulnerabile.
Le accuse contro Imamoglu e l’invalidazione del congresso del CHP sono lette come parte di una strategia più ampia: controllare le istituzioni, neutralizzare i rivali e impedire che le opposizioni si uniscano attorno a un candidato forte. Erdogan conosce bene il pericolo: nel 2019 Imamoglu conquistò Istanbul, cuore politico del Paese, battendo due volte il candidato dell’AKP e infrangendo il mito dell’invincibilità del presidente. Da allora su di lui pendono oltre novanta indagini amministrative o penali, alcune dai contorni grotteschi, a testimonianza di un accanimento giudiziario che ha un chiaro obiettivo: escluderlo dal gioco elettorale.
La forza di Imamoglu sta nella sua capacità di parlare a un elettorato trasversale, superando le divisioni che storicamente hanno indebolito il fronte anti-Erdogan. Ma la geografia politica turca resta frammentata. Il Partito DEM, espressione della minoranza curda, raccoglie consensi nel sud-est ma viene escluso dalle alleanze per evitare accuse di collusione con il separatismo. L’arresto del leader storico Selahattin Demirtas ha ulteriormente indebolito la rappresentanza curda, complicando l’aritmetica elettorale. Senza un’intesa tra CHP, nazionalisti e curdi, l’opposizione rischia di non trasformare la piazza in vittoria elettorale.
Il presidente turco punta a chiudere la partita eliminando il suo principale rivale, ma corre un rischio calcolato: la detenzione di Imamoglu potrebbe trasformarlo in un simbolo nazionale, come avvenne nel 1998 con lo stesso Erdogan, quando il futuro “sultano” passò per la prigione e divenne il volto di un islam politico moderato e vincente. Oggi i ruoli si sono invertiti: Erdogan è l’uomo del potere consolidato e Imamoglu l’icona della speranza di cambiamento.
La posta in gioco va oltre la politica interna. Un’eventuale transizione post-Erdogan aprirebbe scenari complessi per la NATO e per l’Unione Europea. Negli ultimi anni Ankara ha seguito una strategia assertiva: rapporti stretti con Mosca nonostante la guerra in Ucraina, uso del dossier migratorio come leva verso Bruxelles, e un ruolo crescente nel Caucaso e nel Mediterraneo orientale. Un CHP guidato da Imamoglu potrebbe cercare un parziale riallineamento con l’Occidente, ma senza rompere con le ambizioni di autonomia strategica che Erdogan ha reso centrali per la politica turca.
Il congresso straordinario del CHP, fissato per il 21 settembre, sarà un momento cruciale: decidere se sfidare Erdogan apertamente, eleggere un nuovo leader o confermare Imamoglu come figura di riferimento. In ogni caso, la protesta di Ankara sembra l’inizio di una fase di mobilitazione più ampia. In un Paese dove l’opposizione è spesso schiacciata, la piazza diventa un termometro del malcontento e un segnale di quanto il consenso per l’“uomo forte” stia iniziando a erodersi.
La partita per il “dopo Erdogan” è dunque aperta. Resta da vedere se la repressione riuscirà a soffocare l’opposizione o se, paradossalmente, contribuirà a rafforzarla. La storia turca ci ricorda che le carceri, in certi momenti, sanno trasformare i prigionieri politici in presidenti.












