Turchia. Attacchi ai mercantili russi: Fidan, ‘evitare che il Mar Nero diventi il Mar Rosso’

di Giuseppe Gagliano

I recenti attacchi alle petroliere legate alla Russia, avvenuti dentro la zona economica esclusiva turca, hanno riportato il Mar Nero al centro della competizione tra Mosca e Kiev. Per Ankara, potenza costiera che vive di commercio marittimo e di equilibrio diplomatico, l’escalation è una minaccia diretta. Non è solo una questione di sicurezza: è la stabilità dell’intera architettura economica regionale a essere in gioco.
Gli attacchi compiuti con droni marittimi, veri protagonisti di questa fase della guerra, mostrano come il conflitto abbia ormai oltrepassato i confini ucraini e coinvolga interessi vitali di Paesi terzi. La decisione della compagnia turca Besiktas Shipping di sospendere le operazioni legate alla Russia per motivi di sicurezza è un segnale pesante: dove si ritira il commercio, avanza la tensione geopolitica.
Il ministro degli Esteri Hakan Fidan incontrando il segretario generale della Nato Mark Rutte, ha ribadito ciò che la Turchia ripete da mesi: la regione deve restare navigabile e stabile. Ankara è uno dei pochi attori che dialoga con entrambe le parti della guerra, ma non esita a condannare gli attacchi quando incidono sui propri interessi diretti. E l’ha fatto apertamente, indicando anche l’Ucraina come responsabile di alcune operazioni.
La postura turca è coerente con la sua tradizione geopolitica: sostenere Kiev sul piano politico, mantenere aperti i canali con Mosca e usare la propria posizione per preservare un ruolo centrale nei negoziati futuri. Istanbul vuole riprendersi la scena diplomatica, e il tentativo di Erdogan di far ripartire i colloqui per il cessate il fuoco conferma questa ambizione.
Rutte e Fidan hanno discusso della minaccia che gli attacchi rappresentano per l’Alleanza. Per la Nato il Mar Nero è un corridoio strategico per commercio, energia e deterrenza. Per Turchia, Romania e Bulgaria, che condividono la costa, è una questione di sopravvivenza economica oltre che militare.
L’idea che navi mercantili vengano colpite in acque vicine alla costa turca porta la guerra a un livello successivo: se il traffico commerciale si blocca, si rischia una paralisi logistica che colpisce tutta l’Europa sud-orientale. Ecco perché i tre Paesi hanno riaffermato la necessità di proteggere le rotte marittime e le infrastrutture critiche, consapevoli che un incidente mal gestito potrebbe trasformarsi in un casus belli.
Putin ha minacciato di tagliare l’accesso dell’Ucraina al mare e di agire contro le petroliere dei Paesi che aiutano Kiev. È un segnale chiaro: Mosca intende usare il Mar Nero come leva per piegare l’Ucraina e mettere pressione sugli alleati.
Il Mar Nero è uno dei pochi spazi dove la Russia può ancora esercitare un dominio quasi incontestato. Perdere questo vantaggio sarebbe un colpo strategico pesante. Per questo reagisce con durezza, trasformando ogni attacco in un pretesto per intensificare le operazioni.
Gli attacchi “molto spaventosi”, come li ha definiti Fidan, dimostrano che il fronte marittimo è ormai parte integrante della guerra, con rischi crescenti anche per attori neutrali.
Il nodo economico è cruciale: il Mar Nero è un’arteria per il grano, l’energia, i metalli e il petrolio russo. Ogni interruzione fa salire i costi assicurativi, rallenta le catene di approvvigionamento e crea instabilità nei mercati globali. Le ricadute non sono solo regionali: coinvolgono Africa, Medio Oriente ed Europa.
Se la Turchia percepisce una minaccia ai flussi commerciali, si muove rapidamente. È accaduto nel 2022 con l’accordo sul grano. Ora potrebbe accadere di nuovo, con iniziative congiunte con Romania e Bulgaria.
La pressione cresce e la guerra assume una dimensione che va oltre la logica del campo di battaglia: è una competizione per il controllo degli spazi di scambio e delle infrastrutture critiche, elementi decisivi nel XXI secolo.
La Turchia vuole evitare che il Mar Nero diventi il nuovo Mar Rosso, ostaggio di droni, mine e tensioni permanenti. L’escalation potrebbe travolgere non solo il conflitto ucraino, ma l’intera stabilità euroasiatica.
Ankara punta quindi a riportare la crisi entro binari negoziabili, mantenendo aperto il suo tradizionale ruolo di mediatore. Ma se gli attacchi continueranno, e se Mosca darà seguito alle sue minacce, il Mar Nero rischia di trasformarsi in un teatro autonomo di guerra. Un esito che nessuno, nemmeno i più assertivi tra i partner della NATO, può permettersi.
In questo quadro la partita non si gioca solo sulle navi colpite, ma sulla capacità di costruire un equilibrio nuovo tra potere marittimo, diplomazia e sicurezza collettiva.