di Giuseppe Gagliano –

Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha definito Benjamin Netanyahu una minaccia per la sicurezza internazionale, segnando un ulteriore irrigidimento dello scontro tra Ankara e il governo israeliano. Dietro le accuse legate alla guerra di Gaza emerge però una competizione strategica più ampia, che riguarda soprattutto Siria e Mediterraneo orientale.

La scelta di Fidan di concentrare le critiche sul primo ministro e sulla sua coalizione, anziché su Israele nel suo complesso, permette ad Ankara di mantenere aperta la possibilità di una futura normalizzazione con una diversa leadership israeliana. La Turchia presenta infatti l’attuale governo come responsabile di una politica che, secondo Ankara, danneggerebbe anche gli interessi degli stessi israeliani.

Fidan utilizza inoltre il termine «genocidio» per descrivere le operazioni israeliane a Gaza, conformemente alla posizione assunta dal governo turco. Sul piano giuridico, tuttavia, la Corte internazionale di giustizia non ha ancora pronunciato una sentenza definitiva nel procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele.

La Corte penale internazionale ha invece emesso un mandato di arresto nei confronti di Netanyahu nell’ambito di un procedimento riguardante accuse di crimini di guerra e contro l’umanità. La diplomazia turca utilizza quindi anche i procedimenti internazionali per aumentare la pressione politica sul governo israeliano.

La contrapposizione tra i due Paesi va ormai ben oltre Gaza. La Siria sta diventando uno dei principali terreni di competizione strategica tra Ankara e Israele.

La Turchia sostiene la ricostruzione di uno Stato siriano unitario e di un’autorità centrale capace di controllare il territorio. Una Siria stabile e vicina ad Ankara permetterebbe al governo turco di aumentare la propria influenza regionale, contenere le organizzazioni curde considerate ostili, favorire il ritorno dei profughi e partecipare alla ricostruzione economica e militare del Paese.

Israele punta invece a impedire che la Siria torni a rappresentare una minaccia militare lungo il proprio confine e chiede garanzie sulla demilitarizzazione delle regioni meridionali. Tel Aviv vuole inoltre evitare che il ridimensionamento della presenza iraniana venga seguito dall’insediamento di forze turche, radar o sistemi antiaerei capaci di limitare la libertà d’azione dell’aviazione israeliana.

Le operazioni israeliane contro infrastrutture militari siriane considerate potenzialmente utilizzabili dalla Turchia mostrano che la competizione non riguarda soltanto la retorica diplomatica. Ankara considera gli attacchi israeliani un ostacolo alla ricostruzione dello Stato siriano, mentre Israele vede la crescente influenza turca come un possibile problema strategico.

La Turchia dispone di strumenti significativi per esercitare pressione. Possiede uno dei maggiori eserciti della Nato, mantiene una presenza militare in Siria, ha sviluppato una potente industria della difesa e conserva importanti relazioni con diversi Paesi musulmani. Ankara ha inoltre drasticamente ridimensionato i rapporti economici diretti con Israele e utilizza la questione palestinese per rafforzare il proprio ruolo diplomatico regionale.

Questo non significa però che la Turchia possa imporre unilateralmente un cambiamento della politica israeliana. Gli Stati Uniti continuano a disporre di una capacità di pressione molto superiore grazie alla cooperazione militare, al sostegno diplomatico e alla profondità dei rapporti strategici con Israele.

Ankara può aumentare il costo politico delle operazioni israeliane, sostenere iniziative giudiziarie internazionali e costruire coalizioni diplomatiche, ma difficilmente può costringere da sola Tel Aviv a modificare la propria strategia.

Alla competizione militare si aggiunge quella geoeconomica. Israele ha rafforzato negli ultimi anni la cooperazione con Grecia e Cipro nei settori della difesa, dell’energia e della sicurezza del Mediterraneo orientale. La Turchia osserva con preoccupazione questo asse e cerca contemporaneamente di sviluppare una propria rete di rapporti con Siria, Qatar, Pakistan, Arabia Saudita e altri attori regionali.

La contrapposizione con Netanyahu diventa così anche uno strumento attraverso il quale Ankara cerca di presentarsi come una potenza capace di contribuire alla costruzione di un nuovo equilibrio mediorientale meno dipendente dagli Stati Uniti e meno condizionato dalla superiorità militare israeliana.

Le dichiarazioni di Fidan non costituiscono quindi una minaccia di guerra contro Israele. Rappresentano soprattutto un avvertimento politico e strategico: Ankara vuole segnalare che eventuali operazioni israeliane capaci di compromettere i suoi interessi in Siria non verranno considerate esclusivamente una questione tra Israele e Damasco.

Personalizzando contemporaneamente lo scontro su Netanyahu, la diplomazia turca evita di trasformare l’attuale crisi in una rottura irreversibile tra i due Stati. Dietro la durezza delle dichiarazioni rimane così una logica pragmatica: aumentare la pressione sull’attuale governo israeliano mantenendo aperta la possibilità di ricostruire i rapporti qualora cambino le condizioni politiche.

La disputa su Gaza costituisce quindi soltanto una parte di un confronto più ampio. Turchia e Israele competono per influenza in Siria, per gli equilibri del Mediterraneo orientale e per il futuro sistema di sicurezza regionale. Le parole di Fidan mostrano quanto questa rivalità stia assumendo un peso crescente nella ridefinizione degli equilibri del Medio Oriente.