
di Giuseppe Gagliano –
La decisione della Procura generale di Istanbul di emettere mandati di arresto per genocidio contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e altri 36 funzionari segna un salto di qualità nella strategia turca sul piano internazionale. Ankara, dopo anni di oscillazioni fra cooperazione e tensione con Tel Aviv, sceglie la via giudiziaria come strumento politico, collocandosi apertamente nel fronte islamico che denuncia Israele per crimini contro i civili di Gaza. I mandati, emessi in base agli articoli del codice penale turco relativi ai crimini contro l’umanità, non avranno effetti pratici immediati, Israele non riconosce la giurisdizione turca, ma producono un impatto simbolico e diplomatico di grande rilievo.
La mossa della magistratura turca affonda le radici nella lunga memoria della “flotta della libertà” e nelle accuse di genocidio emerse dopo l’offensiva israeliana su Gaza. La Procura ha incluso nel dossier anche le azioni contro la “Global Sumud Flotilla” e il bombardamento dell’ospedale turco-palestinese, elementi che richiamano la narrativa nazionale turca della “solidarietà con il popolo palestinese” e della difesa dei musulmani oppressi. Ankara riattiva così un’antica ferita, quella del 2010, quando la nave Mavi Marmara divenne il simbolo di un confronto diretto con Israele.
Dietro la dimensione giuridica, si intravede una precisa strategia di politica estera. Recep Tayyip Erdoğan mira a consolidare la leadership della Turchia nel mondo islamico, contrapponendo la “giustizia turca” alla “violenza israeliana”. Il messaggio è chiaro: se la Corte penale internazionale e le Nazioni Unite si muovono con lentezza, Ankara agisce. Così la Turchia si propone come garante morale dei palestinesi, ma anche come interlocutore indispensabile per Washington nel piano di stabilizzazione di Gaza.
L’uso della leva giudiziaria serve anche a riposizionare la Turchia nel nuovo mosaico mediorientale. Mentre l’Arabia Saudita tratta con gli Stati Uniti una normalizzazione condizionata e l’Iran incita alla resistenza armata, Ankara si ritaglia il ruolo del giudice universale che richiama Israele alle proprie responsabilità. È un modo per capitalizzare il consenso popolare interno, dove la causa palestinese resta un elemento di identità politica e religiosa, e per differenziarsi da un Egitto che appare ormai più legato agli interessi di sicurezza israeliani.
Israele ha definito l’iniziativa “una provocazione priva di base legale”, ma sa che il danno maggiore è d’immagine. L’accusa di genocidio, formulata da un Paese membro della NATO, rompe l’isolamento delle denunce provenienti dal Sud globale e conferisce legittimità giuridica a un discorso politico che, fino a pochi mesi fa, era confinato all’attivismo umanitario. Gli Stati Uniti, nel frattempo, osservano con cautela: Trump e il vicepresidente JD Vance hanno bisogno della collaborazione turca per la forza internazionale di stabilizzazione prevista a Gaza, ma devono evitare che Ankara diventi l’arbitro morale del conflitto.
Sul piano economico, la crisi diplomatica potrebbe ridurre i già fragili scambi tra Turchia e Israele, concentrati in settori energetici e tecnologici. Ankara, tuttavia, sembra pronta a sacrificare parte dei rapporti commerciali per rafforzare la propria influenza nel Medio Oriente postbellico, puntando a un’alleanza di fatto con il Qatar e la Malesia nel campo della diplomazia islamica. Il costo immediato sarà compensato da un ritorno di prestigio politico, soprattutto tra le opinioni pubbliche arabe.
Con i mandati di arresto contro Netanyahu e i vertici militari israeliani, la Turchia ha trasformato la giustizia penale in uno strumento di potere geopolitico. È un gesto che mira a scardinare la gerarchia morale imposta dall’Occidente e a riaffermare la sovranità giudiziaria come forma di resistenza. In un mondo multipolare dove le corti diventano arene politiche, Ankara scommette su un nuovo ruolo: quello del giudice del Medio Oriente.











