di Samuele Lucia –
Per troppo tempo la questione curda è stata affrontata dallo Stato turco soprattutto con la forza. Operazioni militari, arresti, coprifuoco, evacuazioni forzate e restrizioni dei diritti politici e culturali sono stati elementi centrali di un conflitto che dal 1984 ha contrapposto Ankara al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).
Una guerra nella quale il PKK ha compiuto attentati e uccisioni, ma in cui anche la popolazione curda ha pagato un prezzo enorme.
A cercare di cambiare questo paradigma è ora Recep Tayyip Erdoğan. Il presidente che ha governato la Turchia durante alcune delle fasi più dure dello scontro con il movimento curdo potrebbe diventare l’uomo sotto il quale quel conflitto arriva alla sua conclusione. Ankara, tuttavia, vuole chiudere una guerra senza avere ancora risolto molte delle questioni politiche che l’hanno alimentata.
Il 10 agosto il Parlamento turco ha approvato una legge che crea il quadro giuridico per accompagnare il disarmo e lo scioglimento del PKK. Il provvedimento è passato con 468 voti favorevoli su 600, unendo l’AKP di Erdoğan, i nazionalisti dell’MHP e il partito filocurdo DEM. La legge prevede protezioni giuridiche e la possibilità di sospendere alcune pene per gli ex militanti che rispettino determinate condizioni. Non interviene però sulle più ampie questioni dei diritti politici e culturali curdi, sulla legislazione antiterrorismo o sullo status di Abdullah Öcalan.
La questione curda in Turchia non nasce con il PKK e non può quindi terminare automaticamente con il suo disarmo.
Dalla nascita della Repubblica, lo Stato turco ha perseguito a lungo un modello fortemente centralizzato e nazionalista, nel quale l’espressione di un’identità curda distinta è stata sottoposta a severe restrizioni. Uno dei precedenti storici più traumatici resta Dersim, nel 1937-1938, quando una vasta campagna militare dello Stato colpì la regione oggi chiamata Tunceli, abitata in larga parte da curdi aleviti. Le operazioni causarono molte migliaia di vittime civili e deportazioni, anche se le stime sul numero complessivo dei morti restano controverse.
Decenni dopo, con l’insurrezione del PKK iniziata nel 1984, la repressione assunse una nuova dimensione. Negli anni Ottanta e Novanta, nel pieno della controinsurrezione, le forze di sicurezza turche evacuarono forzatamente migliaia di villaggi nel Sud-est per sottrarre alla guerriglia basi logistiche e sostegno.
Human Rights Watch stima che circa 3.000 villaggi furono svuotati. Secondo i dati ufficiali riportati dall’organizzazione, 378.335 persone furono sfollate. Gli abitanti erano in larga parte contadini curdi. HRW ha documentato incendi di case e raccolti, maltrattamenti, torture, sparizioni ed esecuzioni extragiudiziali durante alcune di quelle operazioni.
Il PKK, a sua volta, ha commesso gravi violenze, compresi attacchi contro civili e persone considerate collaboratrici dello Stato. Riconoscere quelle responsabilità non significa però cancellare quelle delle istituzioni turche. Significa comprendere che il conflitto non ha opposto soltanto un esercito a una guerriglia, ma ha attraversato villaggi, famiglie e intere generazioni.
Il precedente più importante per comprendere ciò che accade oggi è molto più recente.
Erdoğan aveva già tentato un processo di pace con il movimento curdo. Per alcuni anni il dialogo con Öcalan e il cessate il fuoco alimentarono la speranza che il conflitto potesse terminare attraverso la politica. Nel 2015, però, il processo collassò e la ripresa delle ostilità fu violentissima.
Nel Sud-est le autorità imposero ripetuti e prolungati coprifuoco, mentre le forze di sicurezza conducevano operazioni contro gruppi armati legati al PKK. Dall’altra parte, militanti e gruppi giovanili armati costruirono barricate, scavarono trincee e, in alcuni casi, collocarono esplosivi nelle zone urbane.
Cizre, Sur, Nusaybin e altre città divennero teatro di combattimenti. A pagare furono anche i civili. In una comunicazione del dicembre 2015, esperti delle Nazioni Unite riportavano informazioni secondo cui, dall’interruzione del processo di pace, erano morte circa 550 persone, tra cui 150 civili. Una comunicazione successiva del 2016 riferiva di oltre 160 civili presumibilmente morti durante le operazioni condotte sotto coprifuoco. Le Nazioni Unite raccolsero inoltre accuse di uso indiscriminato della forza e di ostacoli all’accesso dei feriti alle cure mediche.
Nel 2017 l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani pubblicò un rapporto sulle operazioni nel Sud-est tra luglio 2015 e dicembre 2016, descrivendo distruzioni estese e gravi violazioni dei diritti umani.
La pace non riguarda soltanto Erdoğan e Öcalan, Ankara e il PKK. Riguarda una popolazione che ha attraversato anni di conflitto, sfollamenti e repressione. Allo stesso tempo riguarda le famiglie turche che hanno perso soldati e civili negli attentati e negli scontri con il PKK.
Le reazioni alla legge del 10 agosto mostrano quanto la memoria sia ancora viva. Reuters ha raccolto nel Sud-est testimonianze di madri curde che sperano di vedere finalmente tornare i figli entrati molti anni fa nel PKK. Dalla parte opposta, veterani e familiari dei militari uccisi considerano la possibilità di concedere benefici agli ex combattenti una ferita e, in alcuni casi, un tradimento dei sacrifici delle vittime.
Una legge può stabilire a quali condizioni un combattente può consegnare il fucile. Non può stabilire per decreto quando una società debba smettere di considerarlo un nemico.
Se Erdoğan vuole trasformare il disarmo in una vera riconciliazione, prima o poi la Turchia dovrà quindi confrontarsi anche con la propria memoria.
Il nuovo processo ha avuto un protagonista improbabile: Devlet Bahçeli, leader dell’MHP e alleato nazionalista di Erdoğan.
Per molti anni Bahçeli ha incarnato una delle posizioni più intransigenti sulla questione curda. Eppure, nell’ottobre 2024, fu proprio lui ad aprire inaspettatamente alla possibilità che Öcalan intervenisse per chiedere al PKK di sciogliersi. È da quella proposta che il processo ha iniziato ad accelerare.
Il 27 febbraio 2025 Öcalan, fondatore del PKK e detenuto dal 1999 sull’isola-prigione di İmralı, ha chiesto all’organizzazione di deporre le armi e di sciogliersi. Nel maggio successivo il PKK ha annunciato la fine della propria lotta armata e la dissoluzione della struttura organizzativa.
A luglio trenta militanti hanno bruciato simbolicamente le proprie armi nel nord dell’Iraq. Il gesto non significava che l’intero arsenale del PKK fosse stato eliminato, ma trasformava in un atto concreto ciò che fino a quel momento era stato soprattutto un processo politico.
Il problema, a quel punto, non fu soltanto convincere i combattenti a deporre i fucili, ma decidere cosa sarebbe accaduto loro il giorno dopo.
La domanda centrale è perché tutto questo stia accadendo proprio ora, e non esiste una sola risposta.
La prima riguarda sicuramente i rapporti di forza. Il PKK di oggi non è quello degli anni Ottanta o Novanta. La pressione militare turca e le operazioni nel nord dell’Iraq hanno ridotto progressivamente il suo spazio operativo. Gran parte del centro di gravità dell’organizzazione si è spostato fuori dal territorio turco.
Poi c’è la Siria.
Qui emerge uno dei paradossi più importanti dell’intera questione. Durante la guerra contro lo Stato Islamico, le forze curde dell’YPG e, successivamente, le Syrian Democratic Forces (SDF) sono diventate il principale partner terrestre degli Stati Uniti nella Siria nordorientale. Hanno contribuito alla riconquista dei territori controllati dal cosiddetto Califfato, compresa Raqqa, e negli anni successivi hanno sorvegliato prigioni e campi nei quali sono detenuti migliaia di appartenenti allo Stato Islamico o loro familiari.
Ankara considera però l’YPG sostanzialmente inseparabile dal PKK. Gli Stati Uniti, al contrario, hanno collaborato militarmente con le SDF contro l’ISIS. Questa divergenza è stata per anni una delle principali fonti di tensione tra Turchia e Washington.
Nel 2026 anche questo quadro è cambiato. Un accordo per riportare sotto il controllo di Damasco territori e strutture detenuti dalle forze curde è stato interpretato da funzionari turchi come la rimozione di uno dei principali ostacoli al processo con il PKK. Il percorso resta delicato e l’integrazione non è priva di tensioni, ma Ankara vede nella riduzione dell’autonomia militare curda in Siria un elemento favorevole alla propria strategia.
La pace, quindi, non arriva soltanto perché Ankara abbia improvvisamente cambiato idea. Arriva in un momento in cui Erdoğan può considerare i rapporti di forza più favorevoli rispetto al passato.
È proprio la Siria a impedire una lettura troppo semplice della politica turca.
Per Ankara la guerra siriana non ha significato soltanto combattere l’ISIS. La Turchia ha sostenuto diverse formazioni dell’opposizione a Bashar al-Assad e, negli anni, ha costruito una propria area di influenza nel nord della Siria. Dal 2016 le truppe turche sono intervenute direttamente oltreconfine sia contro lo Stato Islamico sia, soprattutto in alcune fasi, per allontanare le forze curde dalle zone vicine alla frontiera. Reuters descrive il Syrian National Army come una coalizione di gruppi ribelli sostenuta dalla Turchia e ricorda che ha combattuto anche contro le forze curde appoggiate dagli Stati Uniti.
Sul ruolo della Turchia nei primi anni dell’espansione jihadista sono state avanzate negli anni accuse molto gravi, relative soprattutto alla permeabilità della frontiera, al transito di combattenti stranieri e ai rapporti con differenti gruppi armati siriani. Queste controversie meritano di essere analizzate, ma non autorizzano a presentare, senza ulteriori prove, un finanziamento diretto dello Stato turco all’ISIS come fatto definitivamente accertato.
Ciò che invece è documentato è il paradosso strategico: mentre le forze curde siriane diventavano un alleato fondamentale dell’Occidente contro lo Stato Islamico, Ankara continuava a considerare la loro componente principale una minaccia legata al PKK. Ancora oggi il futuro di quelle forze resta intrecciato alla possibilità di una pace duratura all’interno della Turchia.
C’è infine un elemento che non può essere separato dal nuovo corso: il futuro politico di Erdoğan.
Le prossime elezioni sono previste nel 2028 e il presidente ha raggiunto il limite di mandati previsto dall’attuale sistema. Per candidarsi nuovamente potrebbe essere necessario un voto anticipato deciso dal Parlamento oppure una revisione costituzionale. Per entrambe le strade Erdoğan ha bisogno di equilibri parlamentari più favorevoli di quelli di cui dispone autonomamente.
È qui che il DEM e la rappresentanza politica curda acquisiscono un peso evidente.
Il partito filocurdo è stato uno degli attori decisivi del processo con Öcalan. Nel 2025 ha chiesto che al disarmo seguano diritti collettivi, maggiore spazio per l’istruzione nella lingua madre, rafforzamento delle amministrazioni locali e una revisione della condizione giudiziaria dello stesso Öcalan.
Un nuovo rapporto con la politica curda potrebbe quindi modificare gli equilibri parlamentari proprio mentre Erdoğan pensa alla propria successione, o a come evitarla.
Questo non dimostra che la pace sia una semplice operazione elettorale. Sarebbe una conclusione troppo facile. Le due cose possono convivere: Erdoğan può considerare la fine della guerra strategicamente vantaggiosa per la Turchia e contemporaneamente cercare di trasformarla in capitale politico personale. Reuters aveva evidenziato questa possibilità già all’inizio del processo, nel febbraio 2025.
È qui che emerge il vero limite del processo.
La legge del 10 agosto risponde a una domanda concreta: come trasformare la dissoluzione di un’organizzazione armata in un percorso legalmente gestibile. Non risolve però la questione curda.
Restano aperti i diritti politici e culturali, la legislazione antiterrorismo, il rapporto tra il potere centrale e le amministrazioni locali e lo status di Öcalan. Reuters sottolinea che questi temi non fanno parte della soluzione contenuta nella nuova legge; per i rappresentanti curdi il provvedimento deve quindi essere considerato un punto di partenza e non di arrivo.
Il problema è anche democratico. Human Rights Watch continua a segnalare il ricorso alla legislazione antiterrorismo contro politici, amministratori e attivisti curdi per attività che l’organizzazione considera legittima espressione politica non violenta.
Trasformare il PKK da problema militare a questione politica significa allora qualcosa di più impegnativo che raccogliere le armi. Significa permettere che rivendicazioni curde non violente possano essere espresse nelle istituzioni senza essere automaticamente ricondotte alla sicurezza nazionale.
La fine della guerriglia, in altre parole, non coincide automaticamente con la fine della questione curda.
Se il processo riuscirà, Erdoğan potrà rivendicare qualcosa che nessun governo turco è riuscito a ottenere in più di quarant’anni: la fine della lotta armata del PKK.
Per la Turchia sarebbe molto più della conclusione di una guerriglia. Significherebbe diminuire le tensioni nel Sud-est, ridurre il peso militare del dossier iracheno, cambiare il rapporto con la nuova Siria e rimuovere uno dei conflitti che più a lungo hanno condizionato la politica interna del Paese.
Ma proprio la storia impone una distinzione fondamentale.
La fine del PKK non è necessariamente la soluzione della questione curda.
Quella questione esisteva prima che Öcalan fondasse l’organizzazione. Riguarda il rapporto tra lo Stato e milioni di cittadini turchi di identità curda. Riguarda la lingua, la rappresentanza politica, l’autonomia delle istituzioni locali e la memoria di villaggi evacuati, persone scomparse, civili morti e famiglie costrette a lasciare le proprie case. Ma riguarda anche le vittime degli attentati del PKK e i militari morti in un conflitto che ha attraversato due generazioni.
È qui che la pace di Erdoğan sarà realmente giudicata.
Deporre le armi può richiedere mesi. Ricostruire la fiducia dopo più di quarant’anni di guerra può richiedere una generazione.
Se Ankara si limiterà a ottenere lo scioglimento del PKK, Erdoğan avrà risolto un enorme problema di sicurezza nazionale. Se invece il disarmo sarà seguito da riforme, diritti e da un diverso rapporto politico con la popolazione curda, la portata della svolta sarà molto più profonda.
Il 10 agosto 2026 potrebbe allora essere ricordato non semplicemente come il giorno in cui il Parlamento turco ha approvato una legge sul PKK, ma come il momento nel quale lo Stato ha iniziato a confrontarsi con un problema che le armi, da entrambe le parti, non sono riuscite a risolvere.
Perché si possono sciogliere le organizzazioni e bruciare i fucili. È molto più difficile cancellare ciò che ha reso quei fucili possibili. Ciò che bisogna chiedersi, quindi, non è più soltanto se Erdoğan possa fare la pace con il PKK. La domanda è quanto sia disposta a cambiare la Turchia perché quella pace duri.


