Turchia. Si apre l’era nucleare con la mano russa sulla leva dell’energia

di Giuseppe Gagliano

Il ministro turco dell’Energia Alparslan Bayraktar ha confermato l’entrata in funzione del primo reattore della centrale nucleare di Akkuyu per il prossimo anno. Akkuyu, costruita dalla società statale russa Rosatom, è il primo impianto nucleare della Turchia. Il progetto, del valore stimato di oltre 20 miliardi di dollari, è interamente finanziato e gestito da Mosca, che mantiene la proprietà dell’impianto e fornirà il combustibile per decenni. Per Ankara, l’obiettivo ufficiale è ridurre la dipendenza dalle importazioni di gas naturale e diversificare le fonti energetiche. Ma il valore politico è ancora maggiore: dotarsi di energia nucleare significa entrare nel ristretto club dei Paesi che padroneggiano tecnologie strategiche, e rafforzare la propria autonomia economica e militare.
Per la Russia, Akkuyu rappresenta molto più di un contratto energetico. È una piattaforma d’influenza, un modo per radicare la propria presenza nel Mediterraneo orientale e consolidare un legame strutturale con un alleato sempre più ambiguo. La Turchia è un membro della NATO, ma è anche un Paese che non ha mai aderito alle sanzioni occidentali contro Mosca e che continua a ospitare flussi finanziari e commerciali russi. In questo senso, la centrale nucleare diventa una leva geopolitica: una forma di dipendenza reciproca che garantisce a entrambi vantaggi e potere di pressione.
La Russia mantiene così una presenza stabile nel settore energetico turco, dopo aver già fornito gas attraverso i gasdotti TurkStream e Blue Stream. Ankara, dal canto suo, utilizza la cooperazione con Mosca come messaggio a Washington e Bruxelles: la Turchia non si fa dettare l’agenda.
Il nucleare turco, pur presentato come civile, ha anche un significato strategico. Non si parla di armamento atomico, ma di capacità tecnologica duale, che in un futuro incerto può essere orientata in molte direzioni. Erdoğan ha più volte sottolineato che non è giusto che alcune potenze possano disporre dell’arma nucleare mentre ad altri è negata anche la possibilità di sviluppare conoscenze nel settore. Una frase che pesa, nel contesto di un Medio Oriente dove l’Iran prosegue il proprio programma e Israele mantiene l’ambiguità strategica.
Con Akkuyu, la Turchia entra in una nuova dimensione: non solo potenza militare convenzionale e logistica, ma anche attore energetico sovrano, capace di influire sugli equilibri regionali e sui mercati. Se l’impianto verrà completato nei tempi previsti, potrà coprire fino al 10% del fabbisogno elettrico nazionale, riducendo la dipendenza dal gas russo, iraniano e azero. Ma l’ironia geopolitica è evidente: la diversificazione passa proprio attraverso un progetto interamente russo.
È qui che emerge la vera cifra della politica estera turca. Erdoğan ha costruito un modello di “autonomia strategica” basato sull’equilibrio dinamico tra potenze rivali: acquista sistemi antiaerei S-400 da Mosca e droni Bayraktar da esportare in Ucraina; tratta con la NATO per i caccia F-16 ma negozia con la Russia nel Caucaso e in Siria; partecipa ai forum euroasiatici e mantiene un piede nei meccanismi occidentali.
Akkuyu è l’emblema di questa postura: un progetto russo sul territorio di un Paese NATO, che produce energia civile ma consolida legami strategici. È la Turchia di oggi, ponte e insieme barriera tra due mondi in conflitto, che usa la geografia come arma diplomatica.
Il nucleare di Ankara non è solo una questione di energia. È il simbolo di una Turchia post-occidentale, che guarda a un multipolarismo pragmatico dove i rapporti di forza contano più delle alleanze formali. La collaborazione con la Russia nel settore atomico anticipa un futuro in cui la Turchia potrebbe diventare hub energetico e tecnologico regionale, capace di mediare tra produttori e consumatori, tra potenze e periferie.
Per Mosca, l’investimento in Akkuyu è anche un modo per mantenere una finestra aperta verso l’Europa meridionale e il Mediterraneo, dopo l’isolamento diplomatico seguito alla guerra in Ucraina. Per Ankara, è l’occasione per consolidare il proprio status di potenza autonoma, che parla con tutti e dipende da nessuno.
Il reattore di Akkuyu, insomma, non scalderà solo le turbine turche: alimenterà anche la nuova geografia del potere eurasiatico, dove l’atomo civile diventa strumento di influenza e la cooperazione energetica si trasforma in diplomazia strategica.