di Giuseppe Gagliano –
A quasi due anni dall’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione Europea si appresta a varare il 17mo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, parlando non solo a nome di Parigi, ma come cinghia di trasmissione di una volontà condivisa con Washington. Perché, nel pieno di un conflitto che si è trasformato in guerra d’usura, l’Europa continua a replicare l’unico schema che conosce: punire Mosca, seguire Washington, rafforzare la NATO.
Eppure le parole dello stesso Barrot mettono a nudo l’impasse strategico: da una parte accusa Vladimir Putin di essere “l’unico ostacolo alla pace”, dall’altra ammette che l’Ucraina ha già accettato un cessate-il-fuoco incondizionato e firmato un nuovo accordo con gli Stati Uniti sui minerali critici. La guerra, quindi, continua nonostante Kiev si dica pronta alla tregua? O forse il nodo non è solo a Mosca, ma anche nelle condizioni poste dai sostenitori occidentali di Zelensky?
Barrot si allinea al senatore repubblicano Lindsey Graham, promotore a Washington di nuove tariffe contro i Paesi che acquistano energia dalla Russia. L’Europa, dice il ministro francese, “accompagnerà” questa linea. Ancora una volta, l’iniziativa strategica è americana, l’esecuzione è europea.
Nel frattempo si prepara una “coalizione dei volenterosi” tra Londra, Parigi e altri alleati, con l’obiettivo di inviare 64mila soldati per ricostruire le forze armate ucraine. Ma la realtà, rivela il Times, è ben più modesta: l’Europa stenta a metterne insieme appena 25mila. E mentre Washington offre intelligence e logistica, ma non uomini, il premier britannico Keir Starmer chiede a Donald Trump un impegno diretto. La NATO, senza l’ombrello statunitense, fatica a proiettarsi oltre i proclami.
Il nuovo pacchetto di sanzioni, quindi, appare più come un gesto rituale che un reale strumento di pressione. Il richiamo di Barrot all’autonomia strategica europea e al “pilastro NATO” suona ormai stanco, stretto com’è tra l’influenza americana e le difficoltà strutturali dell’industria della difesa continentale.
Dietro la retorica, il vuoto strategico si allarga: chi disegna oggi la pace? Chi decide i margini di trattativa? E chi, al di fuori della bolla transatlantica, condivide davvero la visione dell’Occidente? La Russia resta il nemico da punire, ma la diplomazia, quella vera, sembra ancora lontana dall’essere presa sul serio.












