di Giuseppe Gagliano –
La proposta statunitense evocata da Volodymyr Zelensky, cioè una zona economica libera nell’est ucraino in cambio della rinuncia al Donbass, ha il sapore di un compromesso che cerca di trasformare una sconfitta territoriale in un progetto di rilancio economico. Ma dietro la formula apparentemente tecnica si cela un nodo politico irrisolto: chi esercita la sovranità su un territorio smilitarizzato, sospeso tra Kiev e Mosca, senza un’autorità chiaramente riconosciuta? La risposta, per ora, non c’è. Ed è proprio questa ambiguità a rendere la proposta tanto flessibile sul piano diplomatico quanto fragile su quello strategico.
Zelensky insiste sul fatto che qualsiasi concessione territoriale dovrebbe passare da un referendum. È una posizione che risponde a due esigenze: preservare una legittimità interna sempre più sotto pressione e guadagnare tempo nei negoziati. Ma il referendum, in un Paese in guerra e con milioni di sfollati, rischia di essere più un argomento negoziale che uno strumento realmente praticabile. Nel frattempo, l’idea di congelare le linee di contatto a Zaporizhia e Kherson sancisce di fatto una divisione de facto, trasformando l’eccezione bellica in un nuovo status quo.
La proposta di una gestione congiunta della centrale nucleare di Zaporizhzhia rappresenta uno dei passaggi più delicati. Qui la sicurezza energetica europea si intreccia direttamente con la guerra. Per Washington, una soluzione condivisa ridurrebbe il rischio sistemico; per Mosca, mantenere il controllo significa conservare una leva strategica. L’Ucraina, nel mezzo, vede riaffiorare il timore di accordi costruiti sopra la sua testa, come già accaduto con precedenti garanzie di sicurezza rimaste sulla carta.
Il ruolo degli Stati Uniti appare sempre più quello del mediatore interessato a chiudere il dossier ucraino senza caricarsi l’onere della sicurezza postbellica. Trump chiede agli europei di farsi carico delle garanzie, mentre Washington offrirebbe soprattutto copertura aerea e intelligence. È una redistribuzione dei costi che riflette una priorità strategica diversa: contenere l’impegno diretto, mantenendo però il controllo politico del processo. L’Europa, ancora una volta, viene chiamata a garantire stabilità senza disporre di una vera autonomia strategica.
Le aperture russe agli investimenti stranieri, incluse le ipotesi su energia e terre rare, indicano che il Cremlino guarda già oltre la guerra. L’obiettivo non è solo consolidare le conquiste territoriali, ma rientrare gradualmente nei circuiti economici globali da una posizione di forza. La richiesta di un pacchetto di garanzie di sicurezza “per tutte le parti” segnala che Mosca intende usare il tavolo ucraino per ridiscutere l’architettura di sicurezza europea, escludendo definitivamente l’adesione di Kiev alla NATO.
Sul terreno, la guerra non rallenta. I raid sulle infrastrutture energetiche ucraine e gli attacchi con droni nel Mar Caspio mostrano che entrambe le parti cercano di migliorare la propria posizione negoziale colpendo asset strategici. La battaglia per città simbolo come Siversk e l’avanzata verso Sloviansk ricordano che ogni proposta di pace nasce sotto il rumore dell’artiglieria.
In definitiva, la “zona economica libera” nel Donbass appare come uno scambio asimmetrico: all’Ucraina viene chiesto di rinunciare a una parte della propria integrità territoriale in cambio di promesse economiche e garanzie di sicurezza indirette; alla Russia viene offerta la prospettiva di una normalizzazione selettiva; agli Stati Uniti la possibilità di archiviare un conflitto costoso. Il rischio è che la pace, così concepita, non sia una soluzione stabile ma una tregua armata, destinata a riaprire le ferite appena il contesto geopolitico tornerà a mutare.












