di Giuseppe Gagliano –
La Casa Biancap ha ritirato gli Usa dal Centro Internazionale per la Persecuzione del Crimine di Aggressione contro l’Ucraina (ICPA), una mossa politica che rispecchia il mutamento degli equilibri internazionali sotto la presidenza Trump e che inevitabilmente pone interrogativi di ordine morale sulla volontà statunitense di perseguire la giustizia nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina.
Questa decisione arriva in un momento critico per l’ordine internazionale. Dopo oltre due anni di guerra, il conflitto in Ucraina ha smesso di essere una semplice aggressione militare per trasformarsi in una partita più ampia tra modelli di governance e sistemi di potere. Se l’amministrazione Biden aveva fatto del sostegno legale all’Ucraina una parte integrante della sua strategia, Trump sta prendendo una direzione completamente diversa, ridefinendo il rapporto tra Washington e i suoi alleati europei e ponendo nuove basi per il confronto con Mosca.
Dal punto di vista politico, il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti di Trump non intendono più sostenere il quadro giuridico costruito dagli europei per processare i crimini di guerra commessi in Ucraina. Il ritiro da Eurojust, l’agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione giudiziaria, e dal Centro dell’Aia è un segnale di allontanamento dalla strategia europea, che puntava a costruire un’architettura giuridica capace di inchiodare Mosca alle sue responsabilità.
Da mesi il Cremlino denuncia il lavoro di Eurojust e dell’ICPA come un tentativo occidentale di trasformare il diritto internazionale in uno strumento politico contro la Russia. Con questa decisione, Washington sembra confermare, almeno in parte, questa lettura. Non è un caso che, nel commentare la notizia, il ministero degli Esteri russo abbia parlato di una “ritrovata lucidità” da parte americana, evidenziando come questa scelta allontani gli Stati Uniti dall’impostazione “ipocrita” dell’Unione Europea.
Per Bruxelles invece la mossa americana è uno schiaffo. L’Unione Europea ha investito risorse diplomatiche ed economiche nel tentativo di costruire un consenso internazionale intorno all’idea che Putin possa essere processato per crimini di aggressione. Il ritiro di Washington indebolisce questa prospettiva, privando il Centro dell’Aia di un alleato di peso e lasciando l’Europa ancora più sola nel suo sforzo di garantire giustizia per l’Ucraina.
Sul piano giuridico, la decisione americana solleva un interrogativo di fondo: gli Stati Uniti credono ancora nel diritto internazionale come strumento di regolazione dei conflitti globali?
Non è un segreto che Washington abbia sempre mantenuto una posizione ambigua nei confronti delle corti internazionali. Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Corte Penale Internazionale (CPI), e in passato hanno più volte ostacolato le sue indagini. Nel 2020, l’amministrazione Trump aveva persino imposto sanzioni ai funzionari della CPI che stavano indagando sui crimini di guerra americani in Afghanistan.
Il ritiro dal Centro dell’Aia conferma questa linea di condotta: gli Stati Uniti preferiscono gestire le questioni di giustizia internazionale attraverso canali bilaterali o accordi tra governi, evitando di vincolarsi a meccanismi giuridici sovranazionali che potrebbero, un domani, essere usati contro di loro. In sostanza il principio è sempre lo stesso: il diritto internazionale vale solo quando serve agli interessi strategici americani.
Ma questa decisione ha anche implicazioni dirette per l’Ucraina. Senza il sostegno americano, il lavoro del Centro dell’Aia diventa più difficile, e le prospettive di un processo internazionale contro i leader russi si allontanano. Il rischio è che, in assenza di un chiaro sostegno politico e giuridico, la giustizia per l’Ucraina si trasformi in un’utopia irraggiungibile.
Infine c’è un aspetto morale che non può essere ignorato. Con il ritiro dal Centro dell’Aia, gli Stati Uniti mandano un segnale ambiguo sulla loro volontà di perseguire i crimini di guerra. Se l’Occidente ha fatto della difesa dell’Ucraina una questione di principio, allora perché Washington sceglie di tirarsi indietro proprio ora?
La risposta è probabilmente meno cinica di quanto sembri. L’amministrazione Trump ha chiarito più volte che la sua priorità non è la guerra in Ucraina, ma la competizione con la Cina. In quest’ottica, tutto ciò che può essere considerato un freno al dialogo con la Russia diventa un elemento secondario. E se ciò significa abbandonare il Centro dell’Aia e ridurre la pressione giudiziaria su Putin, così sia.
Ma questa scelta ha un costo. Gli Stati Uniti rischiano di apparire meno coerenti nella loro difesa dei principi democratici. Se la giustizia internazionale viene abbandonata per ragioni di convenienza politica, quale credibilità avrà l’Occidente quando chiederà di processare i responsabili di altre guerre e massacri nel mondo?
Il ritiro americano dal Centro Internazionale per la Persecuzione del Crimine di Aggressione contro l’Ucraina non è un semplice gesto burocratico. È il sintomo di un cambio di paradigma nell’ordine globale. Con questa decisione, gli Stati Uniti confermano che il loro approccio alla guerra in Ucraina sta cambiando e che la priorità non è più il sostegno incondizionato a Kiev, ma il riequilibrio dei rapporti con Mosca in funzione della competizione con Pechino.
Sul piano giuridico, questa scelta rafforza la tesi secondo cui il diritto internazionale è ormai un campo di battaglia tra potenze, più che un vero strumento di giustizia. E dal punto di vista morale, gli Stati Uniti rischiano di minare la loro stessa credibilità come difensori dell’ordine globale.
La storia giudicherà se questa decisione sarà stata una mossa strategica o un passo falso. Ma una cosa è certa: il ritiro di Washington dal Centro dell’Aia segna una nuova fase nella guerra in Ucraina e, forse, nell’intero assetto geopolitico del XXI secolo.












