Ucraina. I 28 punti del piano di Trump: Zelensky tra pressioni americane, diffidenze europee e avanzata russa

di Guido Keller / Giuseppe Gagliano

La nuova iniziativa diplomatica lanciata da Washington apre una fase delicata per Kiev, ormai logorata dalla guerra, indebolita dagli scandali interni e sempre più dipendente dagli umori dei suoi alleati. L’incontro tra Volodymyr Zelensky e il segretario dell’Esercito statunitense Daniel Driscoll ha segnato un cambio di passo: il presidente ucraino si è detto pronto a lavorare “onestamente” con gli Stati Uniti su un piano per la fine del conflitto, pur sapendo che molti dei punti previsti toccano il cuore delle sue rivendicazioni territoriali e politiche.
Il documento elaborato da Washington, già circolato nelle cancellerie europee, prevede concessioni che in passato Kiev aveva definito inaccettabili: rinuncia totale al Donbass, riconoscimento di fatto delle annessioni russe, riduzione drastica dell’esercito e un sistema di garanzie di sicurezza non ben specificato. In cambio, la Russia verrebbe reintegrata gradualmente nell’economia globale con la revoca parziale delle sanzioni e potrebbe tornare nel G8. Un impianto che riflette il nuovo approccio americano, pragmatico e orientato alla stabilizzazione dell’Eurasia attraverso accordi economici e energetici con Mosca, soprattutto nel settore artico, nelle materie prime e nelle tecnologie sensibili.

Nella fattispecie il piano prevede che:

– sarà confermata la sovranità dell’Ucraina;
– vi sarà un accordo globale di non aggressione tra Russia, Ucraina e Europa; l
– la Russia non invaderà i paesi vicini e la Nato non si allargherà ulteriormente;
– verrà promosso, con mediazione Usa, il dialogo tra la Russia e la Nato;
– l’Ucraina riceverà garanzie sulla sicurezza sul modello dell’articolo 5 della Nato;
– le forze armate ucraine saranno limitate a 600mila unità;
– l’Ucraina inserirà nella Costituzione la non adesione alla Nato;
– la Nato non dislocherà truppe in Ucraina.
– gli aerei da guerra europei saranno basati in Polonia.
– gli Usa avranno un risarcimento per la garanzia di sicurezza: se l’Ucraina invadesse la Russia, perderebbe questa garanzia, se la Russia invadesse l’Ucraina, oltre a una risposta militare coordinata e decisa, tutte le sanzioni globali verrebbero ripristinate, nonché perderebbe i territori e i vantaggi previsti dall’accordo;
– l’Ucraina potrà aderire all’Ue e al mercato europeo anche a breve termine;
– è previsto un valido pacchetto globale per la ricostruzione dell’Ucraina, tra cui l’istituzione di un Fondo di sviluppo per l’Ucraina e la ricostruzione delle infrastrutture del gas ucraine, con finanziamento da parte della Banca Mondiale;
– la Russia verrà reintegrata nell’economia globale e nel G8;
– 100 miliardi di dollari di beni russi congelati saranno investiti in progetti guidati dagli Stati Uniti per la ricostruzione, ma gli Usa riceveranno il 50% dei benefici;
– vi sarà un tavolo congiunto sulla sicurezza tra Stati Uniti e Russia per garantire il rispetto dell’accordo;
– Russia garantirà attraverso una legge la politica di non aggressione dell’Europa e dell’Ucraina;
– verranno estesi i trattati di non proliferazione e controllo nucleare, incluso il Trattato Start I;
– l’Ucraina non potrà detenere armi nucleari;
– centrale nucleare di Zaporizhzhya passerà sotto la supervisione dell’AIEA e l’elettricità prodotta sarà divisa a metà tra Russia e Ucraina:
– Russia e Ucraina promuoveranno programmi educativi per favorire la comprensione reciproca e la tolleranza;
– le regioni di Crimea, Lugansk e Donetsk saranno riconosciute come territori russi de facto, anche dagli Usa, mentre Kherson e Zaporizhzhia saranno congelate lungo la linea di contatto; la Russia rinuncerà ad altri territori conquistati che non rientrano nelle cinque regioni. Gli ucraini dovranno ritirarsi dal Donetsk:
– Russa e l’Ucraina si impegnano a non modificare tali disposizioni con la forza;
– la Russia accetterà che il Dnepr sia utilizzato dall’Ucraina per scopi commerciali e saranno conclusi accordi sul libero trasporto di cereali attraverso il Mar Nero;
– verrà creato un comitato umanitario per lo scambio di prigionieri, restituzione delle salme, il ritorno degli ostaggi e dei detenuti civili, e sarà avviato un programma di ricongiungimento familiare;
– l’Ucraina organizzerà elezioni entro 100 giorni;
– vi sarà un’amnistia totale per le azioni durante compiute nel corso della guerra, né saranno previsti risarcimenti futuri e si impegneranno a non avanzare alcuna richiesta di risarcimento ne’ a presentare alcuna denuncia in futuro.
– l’accordo sarà giuridicamente vincolante, controllato e garantito da un Consiglio di pace presieduto dal presidente Donald Trump;

L’Europa però appare divisa. A Bruxelles, i ministri degli Esteri hanno ribadito che una “pace giusta” non può tradursi in una capitolazione ucraina, ma allo stesso tempo non riescono a opporre una proposta alternativa credibile. Gli arsenali degli Stati membri sono ormai vicini al limite, i fondi faticano a essere rinnovati e l’opinione pubblica mostra segni evidenti di stanchezza. Mentre gli Stati Uniti spingono per una soluzione negoziata, diversi Paesi europei temono che un accordo troppo favorevole alla Russia sancirebbe un precedente pericoloso e ridurrebbe ulteriormente il peso strategico dell’Unione.
Nel frattempo il Cremlino procede con la sua strategia di logoramento. Il generale Gerasimov ha riferito a Vladimir Putin la conquista di Kupiansk e di altri centri nevralgici, mentre le truppe russe continuano a bombardare infrastrutture energetiche e città ucraine in vista dell’inverno. Kiev nega la perdita della città, ma la realtà sul terreno indica una lenta avanzata russa lungo un fronte dove l’Ucraina fatica a compensare la carenza di uomini, mezzi e munizioni. Dopo quasi quattro anni di guerra, Mosca controlla circa un quinto del territorio ucraino e punta a consolidare le proprie posizioni in attesa di una soluzione diplomatica che riconosca i fatti compiuti.
La posizione interna di Zelensky si è ulteriormente complicata con la rimozione di due ministri per scandali di corruzione. Una ferita politica che indebolisce la sua immagine proprio nel momento in cui gli Stati Uniti chiedono a Kiev una maggiore flessibilità negoziale. Secondo fonti americane, una parte del piano sarebbe stata discussa con figure di primo piano dell’amministrazione ucraina, che ne avrebbero accettato i principi fondamentali prima di sottoporli al presidente. Ma Kiev smentisce, segnalando che la gestione del dossier è diventata un terreno di tensione e diffidenza reciproca.
Mosca, dal canto suo, non mostra alcuna fretta. Il portavoce Peskov ha ridimensionato i contatti con Washington, ribadendo che qualsiasi accordo dovrà affrontare le “cause profonde del conflitto”, formula con cui il Cremlino indica da anni la neutralità dell’Ucraina, la riduzione dell’influenza occidentale nello spazio post-sovietico e il riconoscimento delle annessioni. La strategia russa rimane invariata: avanzare quanto basta sul campo, resistere alla pressione internazionale e attendere che le divisioni tra Stati Uniti ed Europa rendano inevitabile un compromesso favorevole a Mosca.
A questo quadro già complesso si aggiunge una realtà militare sempre più difficile. Le difese ucraine cedono in più punti, il fronte orientale è sotto pressione e l’arrivo dell’inverno limita la capacità di manovra delle forze armate. Sul piano economico, Kiev affronta un bilancio allo stremo e una dipendenza totale dagli aiuti occidentali, mentre la corruzione e le lotte interne riducono la fiducia di partner già esitanti. Non sorprende che gli Stati Uniti cerchino ora di accelerare un negoziato che ponga fine a un conflitto divenuto politicamente insostenibile per la Casa Bianca.
L’Ucraina si trova così al centro di un nodo geopolitico che va oltre i suoi confini. Washington vuole chiudere la partita, l’Europa teme di essere marginalizzata e la Russia sfrutta ogni incertezza per consolidare i suoi vantaggi. In questo gioco a tre, Kiev rischia di essere costretta a scegliere non la pace che desidera, ma quella che il contesto internazionale le rende possibile. E qualunque accordo emerga nelle prossime settimane sarà segnato da un equilibrio di potere profondamente mutato, frutto di quattro anni di guerra, di una diplomazia esitante e di un continente che continua a inseguire gli eventi più che a guidarli.