Ucraina. I ministri degli Esteri dell’Ue, ‘colpire Mosca dove fa più male’

di Giuseppe Gagliano

L’appello dei ministri europei degli Esteri a “colpire Mosca dove fa più male”, come ha spiegato la ministra svedese Stenegard, è il riflesso di un’Europa che tenta di mostrare compattezza mentre cerca un equilibrio sempre più fragile. Da un lato c’è la consapevolezza che il conflitto in Ucraina è entrato in una fase logorante in cui la superiorità russa sul terreno appare evidente. Dall’altro c’è la necessità politica di mantenere la narrativa di un fronte europeo solido e determinato, nonostante le crepe evidenti fra Paesi membri e le differenze sugli strumenti da usare.
La proposta di utilizzare i circa 200 miliardi di euro di asset russi congelati per creare un prestito destinato a finanziare l’Ucraina nei prossimi due anni è l’esempio perfetto di una leva geopolitica che l’Europa non riesce a maneggiare in modo unitario. Estonia, Lituania e Finlandia vedono in quella leva lo strumento per sedere da protagonisti al futuro tavolo negoziale, mentre il Belgio frena per timore di finire schiacciato tra costi economici e rischi legali. È il simbolo di un’Unione forte nelle dichiarazioni, meno nella gestione delle conseguenze.
I colloqui tra Stati Uniti e Russia del 2-3 dicembre, descritti dal Cremlino come “costruttivi”, hanno rivelato un punto decisivo: Mosca accetta ciò che rafforza la sua posizione di lungo periodo e respinge ciò che potrebbe limitarne la futura libertà d’azione. È la logica del potere, non della pace.
Per Washington, impegnata a evitare un collasso ucraino che avrebbe conseguenze strategiche enormi, l’obiettivo è congelare il conflitto in una forma minimamente gestibile. Per Mosca, che oggi ha l’iniziativa e vede gli europei indeboliti da problemi economici e incertezza politica, non c’è fretta. Ogni mese che passa logora Kiev e sfilaccia ulteriormente il fronte occidentale. Non è tattica dilatoria: è strategia.
Il Cremlino lo dice apertamente: colloqui sì, ma solo quando gli “esperti” avranno stabilito una base utile. Tradotto, quando la posizione russa sarà ancora più forte.
L’insistenza dei ministri baltici e nordici su nuove sanzioni contro petrolio e gas è politicamente comprensibile ma economicamente rischiosa. L’Europa, pur avendo ridotto la dipendenza dalle forniture russe, continua a subire il contraccolpo dell’inflazione energetica, che pesa su industrie e famiglie. Colpire ulteriormente i ricavi di Mosca significa colpire anche segmenti dell’economia europea non più protetti da ammortizzatori pubblici come quelli del 2022.
Al tempo stesso, dichiarare che “la Russia non vuole la pace” è un’analisi vera solo a metà. Mosca vuole una pace che sancisca la sua vittoria strategica, mentre gli europei continuano a perseguire una pace che preservi l’integrità territoriale dell’Ucraina, obiettivo sempre più irrealistico rispetto ai rapporti di forza sul campo. Proprio per questo, i Paesi dell’Est spingono sulla leva economica: non potendo incidere sul confronto militare, vogliono usare lo strumento finanziario come arma politica.
La reazione del Regno Unito, che liquida le parole di Putin come “retorica pericolosa”, segnala una dinamica più profonda: Londra, pur fuori dall’Unione, interpreta ancora il ruolo di potenza garante del fronte occidentale, mentre Bruxelles fatica a definirsi. Manca una leadership capace di gestire la fase che si apre: una guerra che non si avvia alla conclusione, un’Ucraina stremata e un’Europa vulnerabile sul piano economico ed energetico.
Nel quadro più ampio, la domanda vera non è se l’Europa sia disposta a “fare pressione su Mosca”, ma se sia in grado di reggerne gli effetti. Sanctions fatigue, tensioni interne, nuove elezioni in vari Stati membri e una crisi industriale che avanza pongono interrogativi seri sulla capacità dell’Unione di sostenere un conflitto lungo, senza una strategia autonoma e con Washington sempre più concentrata su Asia e politica domestica.
La giornata del 3 dicembre fotografa un’Europa determinata a mostrarsi inflessibile ma priva degli strumenti per trasformare quella determinazione in potere negoziale. Il conflitto in Ucraina è ormai entrato in una dimensione in cui il terreno, l’economia e la diplomazia pesano allo stesso modo. E in ognuno di questi tre campi l’Europa appare in affanno, più reattiva che propositiva.
L’idea di “aumentare la pressione su Mosca”, senza una vera strategia né un consenso interno, rischia di trasformarsi nell’ennesima dichiarazione senza conseguenze. Perché per incidere davvero, l’Europa dovrebbe prima decidere cosa vuole diventare: un attore geopolitico autonomo o una piattaforma di interessi divergenti che reagiscono agli stimoli esterni.
Oggi, purtroppo, la seconda ipotesi è ancora quella più vicina alla realtà.