di Giuseppe Gagliano –
Le parole di Yury Ushakov chiariscono senza ambiguità la posizione russa: il cessate-il-fuoco non è un punto di partenza, ma una conseguenza. Prima viene il controllo totale del Donbass poi, eventualmente, la tregua. È una logica capovolta rispetto alla diplomazia classica, ma coerente con l’impostazione strategica del Cremlino fin dall’inizio della guerra: negoziare solo da una posizione di forza, trasformare il fatto compiuto militare in dato politico irreversibile.
La richiesta di ritiro completo delle forze ucraine da Donetsk e Luhansk non è solo una rivendicazione territoriale. È la pretesa che Kiev riconosca, anche implicitamente, la sconfitta su uno degli obiettivi centrali del conflitto. In questa cornice, il cessate il fuoco diventa uno strumento di consolidamento, non di compromesso.
L’ipotesi avanzata da Ushakov di affidare il controllo delle aree conquistate alla Guardia nazionale russa merita attenzione. Formalmente non si tratterebbe di truppe dell’esercito regolare, ma di una forza di sicurezza interna, incaricata di mantenere l’ordine e “organizzare la vita”. Nella sostanza, è un modo per normalizzare l’occupazione, depoliticizzarla, presentarla come amministrazione piuttosto che come presenza militare.
La Rosgvardiya, con i suoi circa 400mila uomini e con la possibilità legale di impiegare armi pesanti, non è una polizia civile. È uno strumento ibrido, pensato proprio per la gestione di territori ostili o instabili. La sua presenza segnala che Mosca non immagina il Donbass come zona temporaneamente contesa, ma come spazio da integrare stabilmente nel proprio sistema di sicurezza.
È vero che la Russia controlla ormai quasi interamente Luhansk e gran parte di Donetsk. Ma è altrettanto vero che città chiave come Sloviansk e Kramatorsk restano in mano ucraina e sono pesantemente fortificate. Pretendere il ritiro di Kiev da queste aree significa porre una condizione che difficilmente potrà essere accettata senza un crollo militare o politico ucraino.
In questo senso, la dichiarazione di Ushakov ha anche una funzione di pressione: spingere Kiev e i suoi alleati a scegliere tra due scenari entrambi costosi, continuare una guerra di logoramento o accettare una pace percepita come capitolazione.
Il Cremlino fa sapere di non aver ancora esaminato le proposte americane riviste, ma anticipa già una diffidenza di fondo. Non è solo una questione di linee territoriali. Sul tavolo, sempre più chiaramente, c’è il nodo economico della ricostruzione e degli investimenti. Il coinvolgimento degli Stati Uniti attraverso fondi per le terre rare, l’energia e le infrastrutture ucraine indica che Washington pensa al dopoguerra come a un grande progetto economico-strategico.
Mosca, dal canto suo, non esclude di attrarre investimenti occidentali, anche in settori sensibili come le risorse minerarie ed energetiche. È un segnale importante: la guerra non cancella il calcolo economico, lo rinvia e lo riorganizza. La pace, per entrambe le parti, non è solo una questione di confini, ma di accesso a capitali, mercati e filiere strategiche.
Lavrov insiste sulle garanzie di sicurezza collettiva, una formula che va oltre l’Ucraina. Mosca vuole che qualsiasi accordo ridisegni l’equilibrio europeo, limitando l’espansione militare occidentale ai suoi confini. In questo senso, il Donbass è solo il primo livello della trattativa. Il secondo riguarda la NATO, il ruolo degli Stati Uniti e la futura architettura di sicurezza del continente.
La linea del Cremlino appare chiara: niente tregua senza ritiro ucraino, niente ritiro senza pressione militare. È una pace pensata come risultato di una vittoria graduale, non come compromesso reciproco. Resta da capire se l’Ucraina, sostenuta ma anche condizionata dagli alleati occidentali, potrà o vorrà accettare questa impostazione. Per ora, il cessate il fuoco resta una parola usata più come leva politica che come reale prospettiva di fine della guerra.












