di Giuseppe Gagliano –
Un armistizio controllato lungo l’attuale linea del fronte, senza riconoscere formalmente le annessioni russe, potrebbe costituire il primo passo verso una nuova conferenza sulla sicurezza europea ispirata al metodo degli Accordi di Helsinki del 1975. Il modello non sarebbe riproducibile nelle sue condizioni storiche, ma potrebbe offrire una struttura negoziale per interrompere la guerra e ricostruire un sistema minimo di regole tra Russia, Ucraina e Paesi occidentali.
Gli Accordi di Helsinki non eliminarono la contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ma introdussero principi, procedure di verifica e strumenti di comunicazione destinati a ridurre il rischio di un conflitto diretto. Una nuova iniziativa dovrebbe perseguire lo stesso obiettivo, senza confondere la gestione della rivalità con una riconciliazione politica tra Mosca e l’Occidente.
Il primo livello del negoziato dovrebbe riguardare la sospensione delle ostilità. La linea militare esistente potrebbe diventare temporaneamente una zona di separazione, senza trasformarsi in una nuova frontiera riconosciuta. L’Ucraina manterrebbe le proprie rivendicazioni giuridiche sui territori occupati, mentre la Russia non sarebbe obbligata a ritirarsi preventivamente come condizione per l’avvio dei colloqui.
Il secondo livello dovrebbe affrontare l’intera architettura della sicurezza europea, comprendendo controllo degli armamenti, missili a lunga gittata, esercitazioni militari, incidenti alle frontiere, sicurezza del Mar Nero e protezione delle infrastrutture energetiche. L’Ucraina dovrebbe partecipare come Stato sovrano e non come oggetto di una trattativa tra grandi potenze.
La questione più difficile riguarda le garanzie di sicurezza. Kyiv non può più affidarsi a impegni politici generici, soprattutto dopo il fallimento delle assicurazioni contenute nel Memorandum di Budapest del 1994. Una possibile soluzione potrebbe prevedere un’Ucraina fortemente armata, integrata economicamente nell’Unione Europea e sostenuta da forniture automatiche di armi, difesa aerea, intelligence, addestramento e ripristino immediato delle sanzioni in caso di nuova aggressione.
Tali garanzie dovrebbero però essere sufficientemente credibili per l’Ucraina e, nello stesso tempo, non apparire a Mosca come una piena integrazione militare del Paese nella NATO. Proprio questa incompatibilità tra le esigenze delle due parti rappresenta il principale ostacolo alla costruzione di un compromesso.
Anche la questione territoriale dovrebbe essere rinviata. Pretendere una soluzione definitiva prima della cessazione dei combattimenti renderebbe quasi impossibile qualsiasi accordo. Il precedente della penisola coreana dimostra che un conflitto può essere fermato attraverso un armistizio anche senza un trattato di pace e senza una soluzione politica immediata.
Sanzioni e ricostruzione dovrebbero diventare parti dello stesso processo. Le restrizioni contro la Russia potrebbero essere ridotte progressivamente in cambio dell’applicazione verificata degli accordi, con il loro ripristino automatico in caso di violazioni. Parallelamente, la ricostruzione dell’Ucraina rafforzerebbe l’integrazione delle sue infrastrutture, dell’industria e dell’energia nel sistema europeo.
Una nuova Helsinki dovrebbe coinvolgere Russia, Ucraina, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, Turchia e i principali Paesi europei esposti al conflitto. Anche la Cina avrebbe un ruolo importante, in quanto principale sostegno economico e politico esterno di Mosca. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa potrebbe inoltre tornare a svolgere una funzione di dialogo e verifica.
Un simile processo diventerebbe possibile soltanto quando tutte le parti ritenessero irrealistica una vittoria militare completa. Finché Mosca continuerà a confidare nel logoramento dell’Ucraina e Kyiv nella possibilità di modificare il rapporto di forze grazie all’assistenza occidentale, il negoziato resterà subordinato agli sviluppi sul campo.
Una nuova Helsinki non restituirebbe immediatamente all’Ucraina i territori occupati e non eliminerebbe la rivalità tra Russia e Occidente. Potrebbe però trasformare la guerra aperta in un confronto regolato, ridurre il rischio di escalation e affidare alla politica futura le questioni che oggi le armi non sono in grado di risolvere.
















